Monache speziali: scienza, cura e autonomia dietro le grate

Sociologa della scienza di fama internazionale, Dirigente di ricerca emerita del CNR, presso cui ha diretto l’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali (IRPPS) e Presidente dell’associazione Donne e Scienza, Sveva Avveduto dedica parte della sua attività di studio alle politiche scientifiche, agli aspetti sociali della tecnologia e alla promozione dell’equità di genere nella ricerca e nell’innovazione. Già delegata italiana all’OCSE e oggi delegata per il Women20 (Engagement Group del G20), la professoressa Avveduto ha intrecciato la sua consolidata esperienza negli studi di genere con una complessa indagine storica volta a riportare alla luce i saperi sommersi.

Nel panorama della storia della scienza, molte figure femminili sono rimaste a lungo invisibili. Tra queste spicca il fenomeno straordinario e poco documentato delle monache speziali: religiose che, tra il XVI e il XIX secolo, all’interno dei loro monasteri, hanno sviluppato competenze farmacologiche, mediche, botaniche e chimiche di notevole rigore.

Sveva Avveduto – già responsabile della ricerca e curatrice della mostra “Scienziate di clausura. Le monache speziali tra erbe, saperi e cura”, allestita presso il Museo di Ispica (RG) e chiusa il 30 marzo scorso –  analizza con noi il ruolo storico, sociale e politico di queste comunità monastiche e l’eredità che esse consegnano alle nuove generazioni di ricercatrici.

Professoressa Avveduto, come è nata l’esigenza di indagare la storia delle monache speziali e attraverso quale percorso di ricerca si è sviluppata?

Sveva Avveduto: La ricerca è nata quasi per caso, mossa da quella curiosità empirica che deve sempre animare chi fa ricerca. Stavo raccogliendo fonti e materiale bibliografico per un lavoro incentrato sulle figure storiche di scienziate siciliane. Durante le prime esplorazioni d’archivio, continuavano a emergere frammenti e riferimenti incrociati relativi all’attività farmaceutica svolta all’interno dei monasteri femminili. Approfondendo l’indagine con un lavoro di analisi documentale e bibliografica, condotto sia attraverso i cataloghi digitalizzati delle biblioteche sia mediante lo spoglio di archivi storici, mi sono resa conto dell’esistenza di materiale completamente ignorato dalla storiografia ufficiale. Sulle monache speziali siciliane, in particolare, non esistevano pubblicazioni sistematiche. Era un ambito del tutto sconosciuto. Ho sentito la responsabilità scientifica e culturale di recuperare e condividere con il pubblico questo capitolo dimenticato della scienza femminile con l’intento di dimostrare che le donne sono riuscite a costruire un sapere autonomo anche se in contesti di chiusura.

Una preziosa raccolta di vasi da farmacia

Questo patrimonio di conoscenze erboristiche e mediche era un fatto isolato o rifletteva un fenomeno strutturato a livello internazionale?

Sveva Avveduto: Non si trattava affatto di esperienze isolate o folkloristiche, bensì di un fenomeno capillare e di portata europea. I monasteri femminili non erano complessi impermeabili: pur operando in regime di clausura, costituivano i nodi di una vera e propria rete sociale, epistolare e scientifica. Tra i conventi italiani ed europei esisteva un fitto scambio di conoscenze, corrispondenze, semi, talee e metodi di coltivazione. Analizzare le loro pratiche significa restituire dignità storica a un capitolo cruciale della scienza femminile. In un’epoca in cui le donne erano formalmente ed esplicitamente escluse dai percorsi universitari e dalle accademie ufficiali, le religiose sono riuscite a costruire spazi di sapere autonomo. Lo facevano adottando metodologie rigorose: le loro spezierie erano laboratori a tutti gli effetti, dove si praticavano l’osservazione sistematica dei fenomeni naturali, la sperimentazione di estratti botanici, la registrazione metodica delle preparazioni e il confronto costante dei risultati terapeutici. Per questa ragione le ho definite “scienziate di clausura”: donne che hanno esercitato un metodo scientifico empirico entro i limiti fisici imposti dal loro stato religioso.

Quali sono le figure guida e le evidenze documentali che attestano il livello scientifico raggiunto da queste strutture monastiche?

Sveva Avveduto: L’antesignana e la figura di riferimento per l’intera farmacopea monastica è senz’altro Ildegarda di Bingen, badessa benedettina della Renania nel XII secolo. Ildegarda fu una personalità straordinariamente poliedrica; i suoi trattati, in particolare Physica e Causae et Curae, non sono semplici raccolte di rimedi popolari, ma vere e proprie opere scientifiche che integrano la botanica, la mineralogia e la fisiologia con un’impostazione fondata sull’osservazione diretta e sulla catalogazione empirica, per questo può essere considerata l’antesignana dell’attuale farmacologia.

Scendendo nei secoli e analizzando le realtà italiane, un caso emblematico è quello della speziala del monastero del Corpus Domini di Bologna, attiva nei primi anni del Settecento. Dai registri e dalle fonti d’archivio è emerso che questa spezieria monastica produceva una vasta gamma di preparati: decotti, unguenti, sciroppi e distillati. La testimonianza più sorprendente risiede nel fatto che la monaca speziala distribuiva ai pazienti, insieme alle preparazioni medicinali, dei fogli a stampa recanti precise prescrizioni dietetiche e istruzioni di somministrazione. Si tratta, a tutti gli effetti, di una forma primordiale del moderno “bugiardino” e di un’anticipazione della medicina di base, dove la terapia farmacologica veniva integrata con l’educazione sanitaria del paziente.

Che tipo di impatto avevano le spezierie monastiche sulla salute pubblica e sul tessuto sociale circostante?

Sveva Avveduto: Le spezierie costituivano presidi fondamentali di salute pubblica e di medicina territoriale. Le strutture erano dotate di un’attrezzatura tecnica complessa: alambicchi per la distillazione, strumenti in vetro soffiato, mortai in bronzo e pietra, bilance di precisione e fornelli a calore graduato. Questa strumentazione consentiva di standardizzare le procedure di estrazione e conservazione dei principi attivi delle piante coltivate negli horti conclusi.

Mentre i medici universitari e i fisici laici offrivano prestazioni a pagamento accessibili unicamente alle famiglie nobili o benestanti, le monache speziali rappresentavano l’unico punto di riferimento sanitario per le classi popolari e in particolar modo per la popolazione femminile. Il rapporto con la comunità esterna era basato sulla gratuità e sulla fiducia reciproca. Le monache preparavano trattamenti per le febbri infantili, preparati per lenire le complicazioni del parto, pomate antinfiammatorie e rimedi per le patologie endemiche. Rispondevano ai bisogni primari della salute comunitaria, unendo le competenze tecniche a una profonda attitudine alla cura.

In che misura la gestione della spezieria ha rappresentato una forma di autodeterminazione per le donne dell’epoca?

Sveva Avveduto: Questo è un punto centrale della ricerca. Nella società dell’Ancien Régime, la donna laica era quasi del tutto priva di autonomia giuridica, economica e decisionale, subordinata alla tutela del padre o del marito. Entrare in monastero, pur comportando la rinuncia alla vita laica e l’accettazione della clausura, offriva paradossalmente uno spazio protetto di crescita intellettuale e gestionale.

La spezieria era uno spazio d’azione ad alta responsabilità, un vero e proprio punto di riferimento per i cittadini, anche perché c’era un forte scambio tra i vari conventi, non tanto dei ricettari di cui ogni ordine era molto geloso, quanto dei prodotti da utilizzare. Le monache che la dirigevano dovevano amministrare risorse economiche, negoziare l’acquisto di materie prime non autoctone, tenere registri contabili precisi, coordinare il lavoro delle consorelle e mantenere contatti diretti con i fornitori e con la popolazione. La padronanza dei ricettari farmaceutici, custoditi con estrema gelosia all’interno di ogni convento e la capacità di produrre beni ad alto valore d’uso e di scambio conferivano a queste religiose un’autorevolezza e un’autonomia culturale, gestionale ed economica impensabili al di fuori delle mura monastiche.

Quali fattori storici hanno determinato la scomparsa e la progressiva dimenticanza di questo patrimonio di competenze?

Sveva Avveduto: Il momento di rottura fondamentale coincise con il processo di unificazione nazionale e le successive leggi eversive dell’Unità d’Italia, che decretarono la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei beni ecclesiastici. La chiusura forzata dei monasteri provocò la dispersione immediata di questo patrimonio secolare. Le religiose dovettero abbandonare le strutture, e conseguentemente vennero distrutti o abbandonati gli horti conclusi e le relative officine. Le monache tornarono alle famiglie d’origine portando con sé i propri ricettari personali, ma l’interruzione della vita comunitaria spezzò la catena di trasmissione orale e pratica del sapere scientifico. In contesti specifici, in particolare in Sicilia, la memoria tecnica della lavorazione delle essenze, degli zuccheri e dei principi vegetali si è travasata ed è sopravvissuta nella tradizione dolciaria conventuale: la cura del corpo si è trasformata nella preparazione dei dolci tipici. Oltre alla chiusura istituzionale dei monasteri, ha pesato una storiografia scientifica a lungo androcentrica, che ha tendenzialmente ignorato o declassato le forme di sapere pratico, informale e femminile, relegandole a semplici arti minori o superstizioni popolari.

Alcuni strumenti del mestiere, gli alambicchi

 

Qual è il valore politico di questa memoria storica e quale messaggio trasmette alle giovani donne che intendono intraprendere carriere nelle discipline STEM?

Sveva Avveduto: La rilettura di queste vicende storiche possiede un profondo valore politico ed epistemologico. Ci dimostra che l’ingresso delle donne nella ricerca non è una concessione recente o un fatto episodico, ma l’affermazione di una presenza costante lungo tutta la storia dell’umanità, purtroppo sistematicamente rimossa dai manuali e dalle narrazioni ufficiali della scienza. Raccontare le monache speziali significa ampliare il concetto stesso di laboratorio scientifico, mostrando come la conoscenza rigorosa possa nascere anche in contesti marginali e informali. Inoltre, queste figure storiche testimoniano un’idea di scienza legata alla responsabilità, all’ascolto del corpo e all’interazione equilibrata con l’ambiente naturale, temi oggi centrali nel dibattito sulla transizione ecologica. Alle giovani che si avvicinano alle discipline STEM dobbiamo ricordare che rinunciare allo sguardo e alle competenze delle donne significa rinunciare a circa il 50% del potenziale intellettuale e innovativo della nostra società. Promuovere l’inclusione femminile nella ricerca non è soltanto una questione di equità sociale, ma una necessità conoscitiva per la scienza stessa.

Ci può raccontare qualcosa della mostra “Scienziate di clausura. Le monache speziali tra erbe, saperi e cura” che ha curato?

La mostra è stata promossa dal Centro di cultura popolare con il patrocinio del Comune di Ispica e inserita nel circuito del Festival l’eredità delle donne. Inaugurata nel novembre 2025 è rimasta aperta al pubblico fino al 30 marzo 2026.

La locandina della mostra

Il percorso espositivo articola la narrazione storica attraverso pannelli didattici sugli horti conclusi, la riproduzione di miniature e manoscritti d’archivio e l’esposizione di strumentazione d’epoca: mortai, alambicchi, beute, bilance e una raccolta di albarelli, i tipici vasi farmaceutici in ceramica maiolicata, progettati con la superficie interna smaltata di bianco per impedire la degradazione dei principi attivi e con forme idonee alla presa e alla sigillatura.

Il progetto ha riscontrato un grande successo di pubblico, coinvolgendo numerose scolaresche, cittadini e amministrazioni dei comuni vicini, confermando l’interesse delle comunità locali verso il recupero della propria memoria storica. Nel mese di ottobre 2026 è prevista la pubblicazione del catalogo ufficiale della mostra.  Sulla scia di questa risposta positiva, stiamo già definendo il prossimo progetto espositivo, programmato tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, che sarà dedicato all’analisi della cucina popolare siciliana. Il nuovo itinerario indagherà il cibo non solo come fatto gastronomico, ma come veicolo di contaminazioni storiche e culturali, arabe, spagnole, francesi e come patrimonio di saperi materiali legati alla conservazione e alla trasformazione delle risorse alimentari. I viaggi dei cibi, degli oggetti, delle parole e dei gesti che li accompagnano, diventano tracce di una storia rimasta fuori dalla narrazione ufficiale. La mostra ne ripercorre le vie evidenziando il ruolo delle donne e la loro capacità di conservare, reinterpretare e trasformare la tradizione, costruendo una parte preziosa dell’eredità culturale siciliana.

3 risposte

  1. Bellissima esperienza.
    Chiedo se è stato prodotto un catalogo o altro materiale scritto e fotografico perchè sarei interessata ad acquistarlo.
    Grazie
    Emanuela Bianchi

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