La guerra dei droni

Progettati inizialmente soprattutto per altri usi civili, sono poi stati perfettamente adattati ai campi di battaglia e influenzano ormai in modo decisivo le sorti dei conflitti

Il valore dell’economia globale legata al settore dei droni ha raggiunto i 44,3 miliardi di dollari nel 2025 e, secondo le stime del sito investing.com, è previsto in crescita tra i 53 e i 69 miliardi nel 2026. Entro il 2030, poi, si prevedono addirittura 112 miliardi di dollari e centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro in tutto il mondo. Il solo segmento civile e commerciale contribuirà con circa 30-40 miliardi di dollari previsti nel 2026, trainato dall’uso dei droni nella logistica, in agricoltura e nelle ispezioni e monitoraggio.
È una grossa fetta dell’economia mondiale, anche se di solito questo aspetto non è certo il primo sul quale ci soffermiamo a riflettere quando si parla di droni. Perché, ammettiamolo: ai nostri occhi i droni restano soprattutto oggetti affascinanti dalle incredibili capacità. Si muovono da soli raggiungendo luoghi impenetrabili o troppo pericolosi per gli uomini, consegnano pacchi, monitorano incendi e territori, portano soccorso in caso di calamità naturali e salvano vite.
Eppure le cronache degli ultimi anni dimostrano che, dietro quest’immagine rassicurante, i droni nascondono un lato
decisamente oscuro e molto più inquietante: quello militare. Siamo diventati tristemente consapevoli che quegli stessi “occhi” in grado di riprendere dal cielo paesaggi mozzafiato, luoghi incontaminati o giovani sposi che ballano felici in riva al mare, sono anche strumenti di guerra, capaci di colpire a distanza e cambiare le regole dei conflitti moderni.
Ma quanto conosciamo realmente di questa tecnologia e della sua storia? Forse non molto. Ed è un peccato, perché si tratta di un’avventura affascinante e spesso sorprendente che è iniziata molto prima di quanto immaginiamo.
Nel 1898 alcuni giornali americani descrissero un dispositivo che avrebbe «reso inutili flotte e cannoni», poteva essere controllato «con il tocco di un pulsante», costava poco e per il quale la distanza «non avrebbe avuto alcun effetto sui suoi magici risultati». Quei giornali si riferivano a un’invenzione presentata alla prima mostra sull’elettricità che si era tenuta nel settembre di quell’anno al Madison Square Garden di New York. Si trattava di una piccola imbarcazione, lunga poco meno di 1,3 metri, con una straordinaria caratteristica mai vista prima: poteva essere controllata a distanza, via radio. L’autore era colui che tuttora è considerato uno dei più grandi inventori della storia: Nikola Tesla. Durante la manifestazione, lo scienziato diede anche una dimostrazione pratica della sua invenzione: riuscì a guidare l’imbarcazione semplicemente spostando alcuni interruttori su una piccola scatola all’altra estremità del laboratorio. Quell’invenzione, battezzata Teleautomaton, è stata di fatto il primo dispositivo radiocomandato della storia, sotto forma di barca in miniatura: in pratica era un drone acquatico.
Questa vicenda aiuta anche a chiarire alcune questioni di terminologia. Oggi, infatti, associamo il termine “drone” soprattutto a velivoli senza pilota, ma in senso più ampio indica qualsiasi mezzo in grado di operare senza equipaggio umano a bordo.
Nel linguaggio tecnico moderno, i droni aerei rientrano nei cosiddetti Unmanned Aerial Vehicles (UAV), cioè aeromobili senza pilota né equipaggio. Possono essere controllati da remoto oppure operare in modo autonomo.
In generale, si distinguono per la capacità di volare a lungo, mantenendo velocità e quota costanti. Inutile dire che queste caratteristiche attirarono subito l’interesse dei militari che pensavano di sfruttarle a fini bellici. I primi veicoli senza pilota furono sviluppati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti già prima della Grande Guerra. L’Aerial Target britannico, un piccolo aereo radiocomandato che doveva servire come bersaglio, fu testato per la prima volta nel marzo 1917, mentre nell’ottobre del 1918 volò per la prima volta il Kettering Bug americano, una sorta di rudimentale bomba volante programmata per raggiungere un bersaglio e poi schiantarsi. Entrambi promettenti nei test di volo, non furono però impiegati operativamente durante la guerra. Tuttavia, pur nella loro rudimentalità, introdussero un principio rivoluzionario: eliminare la presenza del pilota a bordo e trasferire il rischio alla macchina.
Questo concetto continuò a essere sviluppato fra le due guerre mondiali e, nel 1935, gli inglesi realizzarono piccoli aerei radiocomandati da usare come bersagli per addestrare i piloti.
Uno di questi, il DH.82B, venne battezzato Queen Bee, ape regina. Si pensa che il termine “drone” abbia iniziato a essere usato proprio in quel momento, perché evocava il ronzio dell’ape maschio che nell’inglese antico veniva indicato con la parola “drān” o “dræn”. In quegli stessi anni, Reginald Denny (un ex pilota della Royal Air Force immigrato negli Stati Uniti dove diventò un attore di successo) avviò un’azienda di aeromodellismo e sviluppò il Radioplane, il primo modello radiocomandato. I militari lo notarono e nel 1939 il Radioplane OQ-2 diventò il primo UAV prodotto in serie negli Usa, mentre il modello successivo, l’OQ-3, diventò il drone bersaglio più utilizzato dalle forze statunitensi durante la Seconda guerra mondiale. E indovinate chi lavorò nella fabbrica dove si produceva l’OQ-3? Una giovanissima Norma Jeane Dougherty, proprio la futura Marilyn Monroe.
Con la Guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica investirono enormi risorse nei droni, concepiti come strumenti per spiare il nemico senza rischiare i piloti. Ma la vera svolta è arrivata tra gli anni Novanta e Duemila: l’evoluzione dell’elettronica e delle telecomunicazioni, prima, e l’avvento del Gps, poi, hanno reso i droni sempre più precisi ed economici. E ben presto, anche armati. Le guerre in Afghanistan e Iraq hanno mostrato al mondo una nuova forma di conflitto a distanza, guidato da basi remote. Poi, questa tecnologia ha dilagato anche nella vita civile e i droni sono diventati simbolo di innovazione, facendo passare in secondo piano il loro “lato oscuro”.
Ma, dall’invasione russa in Ucraina del 2022, la realtà è tornata a farsi inquietante. Grandi come aerei o piccoli come insetti, economici e difficili da intercettare, semplici da usare e da assemblare anche da parte di persone con scarsa preparazione militare, i droni stanno letteralmente riscrivendo le regole della guerra.
Oggi questi velivoli sono protagonisti sul campo di battaglia, usati persino come armi “usa e getta”. Una cosa resa possibile dalla grande sproporzione economica tra un drone, che può costare poche centinaia o migliaia di euro, e i sistemi tradizionali per abbatterlo, il cui impiego può arrivare a costare decine o persino centinaia di volte di più. È uno squilibrio che mette in crisi anche gli eserciti più avanzati. Per rispondere a questa crescente minaccia, si stanno sviluppando nuove armi: quelle a energia diretta come i laser ad alta potenza o i fasci di microonde. Sono precise e veloci, ma soprattutto il costo per colpo è estremamente basso, spesso limitato alla sola energia necessaria a generare il raggio. Il loro limite, però, è che non sono ancora pronte.
Condizioni meteo, scarsa potenza e difficoltà operative ne riducono l’efficacia, mentre i droni continuano a evolvere velocemente, rendendo il campo di battaglia sempre più accessibile a chiunque, ma anche più imprevedibile.
Ammetterlo è duro, ma i droni stanno “democratizzando” la guerra.

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