Medio Occidente è un neologismo recentemente introdotto da alcuni autori per porre rimedio a un’asimmetria: esiste infatti da tempo (fin dalle esplorazioni medievali di Marco Polo e rinascimentali di padre Matteo Ricci) il Medio Oriente, che sta fra l’Estremo Oriente e un indistinto Occidente, mentre quest’ultimo non era ulteriormente suddiviso. Si tratta quindi di un concetto mancante, una lacuna culturale oltre che geografica. A sanare questa lacuna è recentemente arrivato lo scrittore (romanziere e saggista) Giuseppe Lupo, lucano di origine e milanese di adozione, docente di letteratura italiana contemporanea all’Università Cattolica, che ha appena pubblicato (Marsilio editore, 2026) un saggio tutto dedicato a questo nuovo concetto. Si è talmente concentrato su questo argomento che lo ha scritto tutto d’un fiato, senza concedersi pause, tanto che il neologismo è diventato un’unica parola: “Medioccidente”. Da tempo Giuseppe meditava, rifletteva e rimuginava su questo tema. Quando nel settembre 2024 venne a trovarmi a Urbino, dove abbiamo visitato insieme il borgo rinascimentale e le residenze universitarie realizzate dall’architetto De Carlo negli anni Sessanta del Novecento, già mi parlava di questo concetto. Durante il viaggio in auto da Pesaro a Urbino, e anche durante le passeggiate nelle vie della città o lungo le scale e scalette che caratterizzano l’architettura di De Carlo, Giuseppe mi parlava cercando con fatica di mettere a fuoco il concetto, ancora sfuggente e non ben definito, di Medioccidente. Alla fine della giornata mi ha detto: «Ecco, Urbino per me è un esempio di Medioccidente». Appena è uscito il libro, in febbraio, mi sono fiondato a comprarlo in una libreria di Urbino, quindi in pieno Medioccidente, evitando accuratamente di comprarlo su Amazon, che sta invece nell’Estremo Occidente. Sarebbe stata una contraddizione troppo evidente, tanto che il libraio di Urbino, Valerio, mi ha chiesto di rendere esplicito questo pensiero: il venditore di libri, con i suoi consigli di lettura e la sua vetrina lungo le vie della città, è un soggetto tipicamente medioccidentale. L’interessante lettura che ne è scaturita mi ha permesso di ripercorrere alcuni dei discorsi e delle idee scambiate più di un anno fa, e notare l’evoluzione e la maturazione che ne hanno fissato i contorni, anche se ancora molto rimane da dire. Ho quindi telefonato a Giuseppe e gli ho rivolto alcune domande.
Giuseppe, nel libro ripeti più volte che la ricerca del Medioccidente prende le mosse da una scontentezza, una delusione per l’attuale Occidente. Da dove nasce questa delusione?
«Medioccidente non è un libro contro l’Occidente – questo va precisato – perché, nonostante tutto, rimango convinto di vivere nella parte più fortunata del mondo per una serie di ragioni che sono sotto gli occhi di chiunque. Tuttavia, l’Occidente che si è manifestato negli ultimi decenni, erede dell’Occidente declinato nel secolo scorso come modello di società, adesso sta mostrando limiti, carenze, errori. Da qui il sentimento di insoddisfazione che non appartiene soltanto a questo periodo, ma un po’ a tutto il Novecento. Basterebbe leggere il saggio di Splenger, Il tramonto dell’Occidente, uscito all’indomani della Grande Guerra. A differenza di Spengler e di chi ancora oggi afferma la deriva o il declino di questa parte di mondo, io ho tentato di rispondere a un’altra questione: esiste un altro Occidente dentro l’Occidente che conosciamo? Secondo me esiste e ho provato a ricostruirne i fenomeni, i prestiti, le fonti, gli esempi, attingendo alla tradizione culturale, all’architettura, all’economia, alla letteratura, perfino alla teologia».
Perché hai scelto di omettere lo spazio tra le parole che altri autori hanno usato parlando di Medio Occidente?
«Medioccidente è un neologismo e aiuta a pensare che sia non soltanto un’interpretazione inedita dell’Occidente, ma un limite oltrepassato, una frontiera abbattuta, una cerniera non divisiva. Il prefisso “medi” implica l’idea del ponte, immagine peraltro richiamata in copertina, dove si vede la foto del ponte di Mostar».
Il Medioccidente non è un’area geografica, ma un’area culturale, che può quindi allargarsi o restringersi nel corso degli anni. Secondo te, un allargamento del Medioccidente potrebbe aiutare a porre fine alle guerre?
«Questo non lo si può ipotizzare con certezza proprio perché non si tratta di un’area geografica ma di una condizione umana, una dimensione dello spirito. Di sicuro però, come si può leggere nel decalogo finale, uno dei termini presenti è “dialogo”, un principio che di per sé dovrebbe essere in grado di prevenire conflitti di qualsiasi entità. La virtù del dialogo, unita a quella della contaminazione (anche questa è una delle dieci parole), è un valore ispirato ancora una volta all’idea del ponte. Non a caso nella bandella del libro l’editore ha voluto affermare che è un
“gesto poetico e politico”».
Il Medioccidente nasce con la caduta del muro di Berlino o esisteva già prima?
«Penso sia impossibile datarne l’inizio. Nel libro ci sono tantissimi esempi e curiosamente si collocano in epoche diverse. Per intenderci, non è l’Ulisse di Omero, ma l’Ulisse reinterpretato da Milan Kundera nei primi anni Duemila.
Altri esempi, cronologicamente incongruenti, sono l’abside della basilica di Sant’Ambrogio a Milano, il mito della Torre di Babele riscritto da Vittorini nella New York del Novecento, la scuola di Barbiana, l’Unité d’Habitation di Le Corbusier, il racconto dell’Anabasi di Senofonte o delle Argonautiche. Sono enclavi o eccezioni o deviazioni da regole consolidate».
L’America di Trump allontana ancor di più l’Estremo Occidente e rende l’Europa più Medioccidentale?
«Gli Stati Uniti, così come li vediamo agire adesso, sono senz’altro Estremo Occidente. Purtroppo, però, l’Europa avrebbe potuto interpretare il ruolo di luogo medioccidentale – essere cioè una terra di mezzo, dove tenere insieme tradizione mediterranea e produttivismo calvinista – ma anch’essa sembra aver tradito le aspettative dei popoli che la compongono e non si sentono accomunati da alcun destino se non quello ispirato dalla moneta unica, dalla logica degli istituti bancari e da un’economia basata sulle speculazioni finanziarie. Per essere Medioccidente, l’Europa avrebbe dovuto puntare su temi identitari che vanno oltre la logica del profitto e del pragmatismo».
Il tuo libro si conclude con dieci parole chiave per caratterizzare il Medioccidente. Quali sono le più importanti secondo te?
«Innanzitutto voglio precisare quali sono le parole del decalogo: persona, comunità, responsabilità, solidarietà, epica, sacralità, memoria, dialogo, contaminazione, terza via. Sono termini che funzionano perfettamente anche in altri contesti, ma sono le interferenze tra loro a creare, secondo me, i presupposti per disegnare un Medioccidente. Recuperarle e riproporle all’attenzione combinandole insieme significa credere nella fattibilità concreta. Se c’è un
fondo comune in esse – e io penso che ci sia – questo non può non passare dalle nozioni di comunità e di solidarietà, cioè da quei valori che sovvertono radicalmente le traiettorie inseguite dall’Occidente (e non dal Medioccidente). Mi riferisco alla necessità di appagare i bisogni individuali a discapito del bene comune, all’impossibilità di proporre un’idea di futuro fuori dall’orizzonte dell’io. Provare a ricreare le condizioni per attuarle è la sfida finalizzata a costruire una dimensione medioccidentale».