Nonostante sia stata la patria del peggiore disastro nucleare civile della storia, di cui ricorre il 26 aprile il 40esimo anniversario, l’Ucraina sta costruendo nuovi reattori, un paradosso che nasce dall’estrema resilienza di questa fonte energetica
Il 26 aprile 1986, alle ore 1:23:45, il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplodeva, liberando nell’atmosfera un’enorme quantità di materiale radioattivo. Quarant’anni dopo, in un paradosso che solo la storia può generare, l’Ucraina – patria del peggior disastro nucleare civile mai avvenuto – dipende dal nucleare per il 70% della sua produzione elettrica. E sta costruendo nuovi reattori. Non è follia, né smemoratezza. È necessità. Ma è anche la dimostrazione che il nucleare moderno è più resiliente di quanto siamo disposti ad ammettere. Persino in guerra.
LA SITUAZIONE OGGI
Quarant’anni dopo l’esplosione, la zona di esclusione di 30 chilometri attorno al reattore di Chernobyl è diventata, involontariamente, una delle più grandi riserve naturali d’Europa. Le misurazioni radiologiche mostrano livelli «decisamente moderati» nella maggior parte dell’area. Valori elevati si registrano solo nelle immediate vicinanze del sarcofago e in alcuni hot spot localizzati. Il cesio-137 e lo stronzio-90, con tempi di dimezzamento di circa 30 anni, sono ancora rilevabili ma in diminuzione.

La fauna selvatica è tornata in massa: lupi, linci, alci, cinghiali, castori, aquile di mare. Uno studio pubblicato su Current Biology nel 2015 documenta che le popolazioni di mammiferi nella zona di esclusione sono abbondanti quanto o più che nelle riserve naturali circostanti non contaminate.
Quanto alle vittime, il Comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli effetti delle radiazioni atomiche (Unscear) ha documentato 31 morti immediate e dirette: due nell’esplosione, 28 per sindrome acuta da radiazioni, una per trombosi. Il Chernobyl Forum ha registrato fino al 2005 oltre 6.000 casi di tumore alla tiroide in bambini esposti, con 15 decessi. La stima delle vittime totali nell’arco della vita delle 600.000 persone più esposte è di circa 4.000-9.000 decessi potenziali. La conclusione del rapporto Unscear del 2008 è spesso ignorata: «Non vi è evidenza di un impatto importante sulla salute pubblica attribuibile all’esposizione alle radiazioni due decenni dopo l’incidente. Non vi è evidenza scientifica di incrementi dell’incidenza complessiva del cancro o dei tassi di mortalità nelle popolazioni esposte».
Organizzazioni anti-nucleari come Greenpeace hanno pubblicato stime molto più alte, fino a 93.000-200.000 morti.
Tuttavia, questi numeri sono fortemente contestati dalla comunità scientifica per l’uso di metodologie non peer reviewed e del modello lineare senza soglia applicato a dosi molto basse, approccio che l’Unscear ha definito caratterizzato da «incertezze inaccettabili».
ZAPORIZHZHIA SOTTO ATTACCO
La centrale di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa con sei reattori per 6.000 megawatt totali, è sotto occupazione russa dal 4 marzo 2022. Da allora ha subìto ripetuti bombardamenti, incendi, otto blackout dell’alimentazione elettrica esterna. Eppure non ha mai rilasciato materiale radioattivo significativo. Come è possibile? La risposta sta nell’ingegneria. I reattori sono protetti da un involucro di acciaio spesso 20 centimetri, circondato da due contenitori di calcestruzzo rinforzato da 1,5 metri ciascuno. Questa struttura può resistere all’impatto diretto di un aereo di linea. I bombardamenti con artiglieria convenzionale non penetrano queste difese. Il vero rischio è l’interruzione dei sistemi di raffreddamento, ma finora, ogni volta che l’alimentazione esterna è venuta meno, i 20 generatori diesel di emergenza sono entrati in funzione. Il sistema ha tenuto. Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha confermato che «la centrale può operare in sicurezza se si rispettano le procedure», pur chiedendo la smilitarizzazione dell’area.
Il contrasto con altri disastri della guerra è stridente. Il 6 giugno 2023, la diga idroelettrica di Kakhovka è esplosa liberando 18 chilometri cubi d’acqua: 80 città sommerse, almeno 48 morti, 42.000 evacuati, 1,25 milioni di persone senz’acqua, 400.000 ettari senza irrigazione, 150 tonnellate di petrolio nel fiume. Il biologo Vadym Maniuk l’ha definito «un disastro ecologico paragonabile all’uso di armi chimiche». Eppure Kakhovka è stata dimenticata in pochi giorni. Zaporizhzhia continua a generare titoli allarmistici.

IL NUCLEARE CRUCIALE PER L’UCRAINA
Prima della guerra, l’Ucraina produceva il 54% della sua elettricità da 15 reattori nucleari in quattro centrali. Oggi, con nove reattori operativi (i sei di Zaporizhzhia sono in arresto a freddo), il nucleare fornisce circa il 70% dell’elettricità nazionale. Perché questo aumento? La risposta è brutale: tutto il resto è stato distrutto o rubato. Le centrali a carbone erano concentrate nel Donbass, ora occupato. L’idroelettrico ha perso Kakhovka. E le rinnovabili – eolico e solare, in cui l’Ucraina aveva investito miliardi – sono state distrutte o sistematicamente smantellate dai russi e trasferite oltre confine. Restano solo i reattori. Massicci, inamovibili, resistenti. Nel settembre 2024 l’Ucraina ha posato la prima pietra per due nuovi reattori presso Khmelnytsky: tecnologia statunitense di terza generazione avanzata, con sistemi di sicurezza passivi che non richiedono alimentazione elettrica. Costo: 5 miliardi di dollari. Durata: 60 anni. L’Ucraina ha anche firmato un memorandum per la possibile costruzione di reattori modulari (Small Modular Reactor) di nuova generazione, considerati ancora più sicuri e flessibili.

IL NODO DI ZAPORIZHZHIA NEI NEGOZIATI
Il destino della centrale di Zaporizhzhia è diventato uno dei punti più controversi nei negoziati di pace. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha proposto che la centrale sia gestita da un’impresa congiunta Usa Ucraina, con il 50% dell’elettricità destinata all’Ucraina e l’altra metà allocata dagli Stati Uniti. Una soluzione che escluderebbe la Russia dal controllo operativo pur permettendo, potenzialmente, la fornitura di energia ai territori occupati.
Il presidente russo Vladimir Putin, dal canto suo, sostiene che Russia e Stati Uniti stiano discutendo una gestione congiunta della centrale senza il coinvolgimento dell’Ucraina, una versione nettamente contestata da Kiev. Come ha dichiarato Zelensky, «I russi credono che riusciranno comunque a far sì che la centrale di Zaporizhzhia sia gestita da loro», avvertendo che Mosca potrebbe inquadrare il proprio ruolo come necessità umanitaria legata al ripristino delle forniture idriche. Per la Russia, Zaporizhzhia rappresenta ben più di una fonte energetica. Nel settembre 2022, dopo l’annessione illegale della regione, Putin ha decretato il passaggio della centrale a proprietà federale russa, designandola come asset strategico da collegare alla rete elettrica russa. L’obiettivo di Mosca è chiaro: consolidare il controllo sul territorio occupato e acquisire una capacità produttiva di 6.000 megawatt che compensi le sanzioni occidentali nel settore energetico. Putin ha anche menzionato l’interesse di Washington nell’utilizzare l’elettricità della centrale per il mining di criptovalute, una dichiarazione che ha suscitato perplessità tra gli analisti. Gli esperti avvertono che qualsiasi accordo di gestione congiunta con la Russia sarebbe impraticabile e pericoloso, dato che nulla impedirebbe a Mosca di violare gli accordi una volta riavviati i reattori.
LA LEZIONE
Quarant’anni dopo Chernobyl, la lezione è scomoda: il nucleare moderno è più resiliente di quasi ogni altra fonte energetica. Persino in guerra. L’Ucraina lo ha capito non per ideologia, ma per necessità. Non nonostante Chernobyl, ma proprio a causa di Chernobyl: perché quarant’anni di studi hanno dimostrato che la realtà fu terribile, ma non apocalittica. Che la scienza impara dagli errori. Che la tecnologia migliora. Mentre il mondo commemorerà il 26 aprile con documentari apocalittici e titoli di giornali drammatici, l’Ucraina continuerà a costruire i suoi nuovi reattori. Perché ha scoperto, nel modo più duro, che quando la guerra distrugge tutto, restano solo le cose davvero solide. E il nucleare, paradossalmente, si è rivelato la più solida di tutte.
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