Interviste – Mirella Orsi: “Da chimica, dico che sono un ibrido che spera di avere una risonanza”

L’8 marzo non è soltanto una ricorrenza da segnare sul calendario: è una lente d’ingrandimento che ci obbliga a guardare il presente senza filtri, a riconsiderare la memoria collettiva e a chiederci cosa manca, ancora oggi, affinché le donne siano davvero riconosciute, ascoltate e rese visibili.

Reduci da una settimana di Festival di Sanremo, specchio fedele delle nostre contraddizioni, ci ritroviamo davanti all’ennesima dimostrazione di quanto certe espressioni siano ancora strutturali. Una vincitrice di due ori olimpici viene presentata come “mamma d’oro”, spostando l’attenzione dalla protagonista e dal suo talento al ruolo familiare. Un giornalista nega il patriarcato perché “le donne comandano in casa”, come a intendere che il loro posto sarebbe quello domestico. Infine un presentatore, davanti a milioni di persone, vieta alla moglie di indossare jeans attillati perché sarebbe geloso, proprio nella stessa serata in cui Gino Cecchettin ha evidenziato che la violenza inizia proprio da frase del genere. È evidente allora che abbiamo ancora un lavoro enorme da fare e nel mondo della scienza, questa riflessione diventa ancora più urgente: storie dimenticate, contributi oscurati, narrazioni che continuano a privilegiare lo sguardo maschile, anche quando la ricerca si fa sempre più plurale e inclusiva.

In questo contesto di disparità, la voce di Mirella Orsi si impone con forza e lucidità. Chimica farmaceutica, science writer e divulgatrice scientifica, Orsi lavora da anni sul confine tra scienza, cultura e società, interrogando non solo i contenuti della ricerca, ma anche il modo in cui vengono raccontati e percepiti. La sua prospettiva, raccolta in occasione dell’8 marzo, ci invita a ripensare il futuro della comunicazione ambientale al femminile e a riconoscere la centralità delle scienziate nella comprensione del mondo naturale.

 

 

Secondo Orsi, la crisi climatica, la più grande sfida dell’umanità, come altre sfide decisive, non potrà essere affrontata efficacemente senza una reale parità di genere. Continuare a ignorare la voce femminile nella scienza e nella società significa rinunciare al 50% dell’intelligenza disponibile: una scelta che limita le possibilità di soluzione e di innovazione.

L’intervista a Mirella Orsi è l’occasione, dunque, anche per raccontare storie che non compaiono nei libri di testo, di scoperte attribuite ad altri, di volti cancellati dalla memoria collettiva. Portare alla luce figure come Eunice Newton Foote e Mary Somerville non è solo un atto di giustizia storica, ma una premessa indispensabile per costruire futuri più equi e inclusivi.

Ci racconti brevemente la tua storia e la tua carriera?

Mi sono laureata in chimica farmaceutica alla Federico II di Napoli, ma il mio amore per la scienza nasce molto prima, ricordo, infatti, che quando avevo due o tre anni giocavo a fare la ricercatrice e preparavo farmaci per mia zia. Nel 2010, sono partita per Londra con l’intenzione di rimanere due mesi per migliorare il mio inglese; invece, poi il destino mi ha portato a rimanere là undici anni cambiando completamente la mia traiettoria professionale e personale. Inizialmente lavoravo nel marketing farmaceutico e parallelamente frequentavo corsi per migliorare la lingua.

La divulgazione è arrivata quasi per caso. Un amico mi parlò di una ricercatrice ungherese che cercava autori per una rivista dal titolo Science Caffè. Accettai per migliorare l’inglese, pur non sentendomi pronta, perché ero abituata a scrivere articoli accademici e ora mi chiedevano testi divulgativi. In realtà da lì ho scoperto la mia passione in quel campo e hanno iniziato ad aprirsi una porta dopo l’altra. Prima gli articoli, poi la richiesta di moderare un evento medico, poi un’intervista fatta “per caso” che mi portò al giornale e alla radio che segue gli eventi del Consolato Italiano a Londra. Il direttore, inizialmente infastidito per un disguido organizzativo, finì per offrirmi un lavoro retribuito, mi disse testualmente: «io questi due articoli te li pago a patto che tu inizi a lavorare per noi». Nel frattempo, continuavo a lavorare nel marketing farmaceutico, finché arrivò una telefonata inattesa: una work experience alla BBC per cui non ricordavo nemmeno di aver fatto domanda. Il colloquio fu sull’astrofisica e riuscii a cavarmela grazie ai ricordi dell’esame di stato in cui avevo portato astronomia. Alla fine, venni presa. Alla BBC ho imparato una cultura diversa, non mi sono mai dimenticata la frase che mi disse la responsabile il primo giorno: «Mirella c’è qualcosa che non vuoi fare? Perché sappi che più fai e più impari, più impari e più ci servi». Ho fatto di quella frase il mio motto e in quel periodo ho veramente fatto di tutto: interviste impossibili con accenti indecifrabili, traduzioni, ricerche ambientali, persino trasportare angurie per Oxford Street per un programma scientifico.

Ci sono figure femminili che hanno influenzato il tuo modo di comunicare la scienza?

In effetti c’è stato un momento che per me è stato decisivo. Durante una conferenza alla Royal Society, Patricia Fara del Clare College di Cambridge ha parlato della storia di Alice Lee, una ricercatrice che all’inizio del Novecento ebbe il coraggio di sfidare una delle teorie più radicate dell’epoca, quella che collegava la dimensione del cranio alle capacità intellettive. Lee dimostrò, con rigore matematico e statistico, che quella teoria non aveva alcun fondamento scientifico. Eppure, nonostante la solidità del suo lavoro, il mondo accademico dell’epoca reagì con ostilità: la sua ricerca non venne accolta come un contributo, ma come una minaccia. Quella conferenza mi ha aperto una prospettiva del tutto nuova. Quella ricercatrice, relegata ai margini della storia, era la prova vivente di un sistema che per decenni aveva considerato le donne scientificamente meno intelligenti. E quel pregiudizio, anche se oggi non viene più dichiarato apertamente, continua a lasciare tracce: nei programmi scolastici, nei modelli culturali, nelle narrazioni che ancora oggi privilegiano figure maschili. Da quel momento ho iniziato a interrogarmi non solo su come comunicare la scienza, ma su chi viene raccontato e chi viene dimenticato. E su quanto questa rimozione influenzi la percezione pubblica della scienza, la fiducia nelle istituzioni e perfino la capacità di affrontare sfide globali come la crisi climatica.

Durante la tua carriera scolastica hai subito discriminazioni? All’Università eravate poche iscritte?

No per fortuna non ho vissuto episodi diretti di discriminazione, mentre quello che ho sempre percepito è stata la mancanza di figure femminili nei libri di testo e questo fa sempre sentire le ragazze un po’ fuori posto nella scienza. Cresci dentro un immaginario che ti dice che la scienza è una cosa da uomini, e non te ne rendi nemmeno conto finché non incontri storie di donne che hanno fatto scoperte fondamentali e che sono state cancellate dalla narrazione ufficiale. In realtà poi ho scoperto che di donne scienziate ce ne sono e ce ne sono state moltissime, ma le loro storie sono andate dimenticate e non vengono raccontate. All’Università nella nostra facoltà eravamo pochi iscritti, c’era forse una leggera prevalenza maschile ma non molto.

Perché secondo te la storia della scienza ambientale è ancora raccontata quasi sempre al maschile? Che ruolo pensi avranno le giovani scienziate nei prossimi anni?

Se oggi la storia della scienza ambientale è ancora raccontata quasi sempre al maschile è perché per molto tempo le donne non sono state viste, o, peggio, sono state viste e poi rimosse. Questa rimozione ha un effetto a catena: se non conosci le scienziate del passato, fai fatica a riconoscere quelle del presente e a immaginare quelle del futuro. È un problema culturale, non numerico. E riguarda anche l’ambiente, forse più che altri settori, perché la crisi climatica è stata raccontata per decenni attraverso una prospettiva unica, maschile, occidentale, spesso tecnocratica. Mancano le storie, le sensibilità, gli sguardi diversi. Aggiungere diversità ci permette di vedere i cambiamenti climatici da punti di vista diversi. Svariati studi hanno evidenziato l’apporto decisivo delle donne nelle politiche ambientali, tra i tanti mi viene in mente quello della Bocconi (ecco il link https://www.unibocconi.it/en/news/positive-impact-women-climate-action). Per questo credo che nei prossimi anni le giovani scienziate avranno un ruolo decisivo, non solo perché porteranno competenze nuove, ma perché porteranno nuovi modi di guardare questa sfida globale.

 

 

Se e cosa perdiamo come società, secondo te, quando non riconosciamo il contributo delle scienziate, soprattutto in un campo cruciale come quello ambientale?

La crisi climatica non si risolve solo con la tecnologia: si risolve con l’ascolto, creando nuove narrazioni per immaginare futuri diversi. E queste sono qualità che le nuove generazioni di ricercatrici stanno già portando nella scienza, nella comunicazione e nelle politiche pubbliche. Io dico spesso che stiamo affrontando la più grande sfida dell’umanità usando solo il 50% dell’intelligenza disponibile e questo non è la cosa migliore che possiamo fare. Le giovani scienziate saranno quel 50% mancante: non una quota, ma una risorsa strategica.

Secondo te, quali ostacoli persistono per le ricercatrici che lavorano su temi ambientali, e quali invece stanno finalmente cadendo?

Se penso agli ostacoli che ancora oggi incontrano le ricercatrici che lavorano su temi ambientali, la prima cosa che mi viene in mente è il vuoto di dati. In Italia non esistono statistiche ufficiali sulla presenza complessiva di ricercatrici ambientali: abbiamo alcuni dati per categorie ma non una visione generale che ci permetta di capire se esiste un gap e di che tipo. E questa assenza non è neutra: se non misuri un fenomeno, quel fenomeno non esiste. È un ostacolo enorme, perché rende invisibile il contributo delle donne proprio in un campo, quello ambientale, dove la diversità di prospettive è fondamentale. Un altro ostacolo è la cancellazione storica, perché se non conosci le scienziate del passato fai fatica a riconoscere quelle del presente. E questo incide sulla credibilità, sulle opportunità, sulla possibilità stessa di immaginarsi in certi ruoli. Poi c’è la resistenza culturale, che negli ultimi anni è tornata a farsi sentire. I movimenti anti‑gender stanno investendo molto per far credere che la parità sia già stata raggiunta, quando invece sappiamo che non è così. Questo clima rende più difficile portare avanti discorsi complessi, soprattutto quando riguardano ambiente, diritti e futuro.

Detto questo, ci sono anche ostacoli che finalmente stanno cadendo, per esempio le giovani scienziate stanno portando nella ricerca ambientale nuove sensibilità, nuovi linguaggi, nuove narrazioni. Stanno cambiando il modo in cui si parla di clima, di adattamento, di mitigazione. Infine, sta cadendo la convinzione che esista un solo futuro possibile. Sto curando per la Fondazione IIF-Italian Institute for the Future la realizzazione di un volume corale sulle donne dei Futures studies. Fuori dal loro campo, infatti, le “futuriste” sono quasi invisibili, ma conoscere il loro lavoro è fondamentale per allargare la nostra visione del domani. Questo può aiutarci ad evitare derive dispotiche e per restituire alle persone la capacità di immaginare alternative.

Che differenza trovi tra il modo di divulgare scienza in Gran Bretagna e in Italia?

Quando ho iniziato a lavorare alla BBC ho capito davvero la differenza tra la divulgazione scientifica britannica e quella italiana. In Gran Bretagna la comunicazione della scienza ha un ecosistema che la sostiene: ci sono realtà strutturate, percorsi chiari e soprattutto c’è l’idea che la divulgazione sia parte integrante del lavoro scientifico. In Italia, invece, la divulgazione è ancora molto legata alla capacità dei singoli di crearsi un proprio spazio. Siamo privi di un sistema che sostenga e promuova l’importanza di questa professionalità. Non esiste una struttura nazionale che la riconosca come professione autonoma. E questo crea un disallineamento profondo tra scienza e società. Lo vediamo ogni giorno, soprattutto quando esplodono temi complessi come la pandemia o la crisi climatica. L’idea è che occorre investire in figure che facciano da ponte per potenziare e migliorare il dialogo tra scienza, politica e società.

In Italia manca un consigliere scientifico al governo, figura che invece in molti Paesi europei esiste da anni e che permette di prendere decisioni politiche basate sulle evidenze, non sulle impressioni o sulle pressioni del momento. L’assenza di questa figura è il segno più evidente di quanto la scienza sia ancora percepita come qualcosa di separato dalla società e questo rende più difficile anche il lavoro dei divulgatori, che spesso si trovano a fare da mediatori in solitudine, senza un sistema che li supporti. Per questo credo che servano più figure ibride, persone che, come me, vengono dalla ricerca ma lavorano nella comunicazione e sanno parlare entrambe le lingue. Nel Regno Unito è normale, in Italia è ancora percepito come qualcosa di “strano”, di non definito, eppure è proprio questo tipo di competenza che può aiutarci a colmare il divario tra scienza e società, e a costruire una divulgazione più sana, più gentile, più efficace.

Fake news e rapporto tra scienza e società?

Uni dei problemi alla base delle fake news nasce dal fatto che la società non ha ancora capito davvero che la scienza non è un blocco di verità definitive e immutabili ma è un metodo che cambia, si aggiorna, si corregge. Durante la pandemia questo fraintendimento è esploso: ogni volta che la scienza cambiava posizione, la gente lo viveva come un tradimento, in realtà era il metodo scientifico che stava facendo il suo lavoro. In questo vuoto di comprensione si infilano le fake news, che funzionano perché parlano alle emozioni, perché semplificano, perché fanno sentire le persone parte di qualcosa. Quando si parla di disinformazione spesso si associa questa problematica all’ignoranza, questo allontana una parte di pubblico che spesso viene chiamato “gli indecisi”. Per questo dico che serve un nuovo approccio: più ascolto, più gentilezza, più equilibrio tra accuratezza ed emozione. La mia risposta personale a questo problema è stata creare un game show sulle fake news. Nel gioco ci sono i complottisti che devono inventare la fake news perfetta e i lettori, di solito ricercatori, professori universitari o giornalisti, che devono riconoscerla. È un modo per far capire i meccanismi della disinformazione senza far sentire nessuno inadeguato o colpevole perché può capitare a tutti di credere ad una fake news, e quando si abbassano le difese, si è più disposti ad ascoltare. Viviamo in un’epoca con un rumore di fondo continuo, di infodemia, di news fatigue. I giovani sono consapevoli di possibili fake news nei social, mentre avvertono meno il pericolo in podcast o vodcast. In questo contesto, la scienza deve fare un passo verso le persone, creare una divulgazione tesa all’ascolto e che coniughi emozione e accuratezza con la creatività affinché si riesca e ricostruire il legame tra scienza e società.

Ti ritieni ottimista o pessimista sul problema ambientale e sul cambiamento climatico?

Non sono particolarmente ottimista, sono molto consapevole della gravità del momento: ci sono cambiamenti che non possiamo più invertire e stiamo arrivando al limite sopportabile dall’ecosistema, però non credo nella paralisi, nella narrativa catastrofista che immobilizza. Ma dobbiamo cambiare il nostro approccio, investire sull’inclusione e su una comunicazione che racconti aspetti diversi di questa problematica evidenziando maggiormente le iniziative di mitigazione e l’adattamento. Serve parlare di più del legame tra diseguaglianze e cambiamenti climatici e spingere per chiudere quanto prima il gap esistente nel mondo scientifico e nella società.

 

 

Ti ritieni ottimista o pessimista sulla parità di genere?

Esiste ancora un gap nel mondo della ricerca, specialmente in alcuni ambiti, mancano modelli di riferimento nei libri di testo, mancano donne nei ruoli decisionali e negli ultimi anni stiamo assistendo ad un’ondata di resistenza verso le politiche DEI. Quindi no, non credo che la parità sia dietro l’angolo, né che arriverà da sola. Allo stesso tempo, però, vedo una consapevolezza crescente del fatto che la parità non è un tema “di nicchia”, ma una condizione necessaria per affrontare il futuro. Quindi direi che sono una realista attiva: so che c’è ancora molta strada da fare, ma credo che il cambiamento sia possibile se continuiamo a raccontare le storie che sono state cancellate, se costruiamo nuove narrazioni e se diamo spazio alle voci che finora sono rimaste ai margini. La parità è un lavoro quotidiano che non riguarda solo le donne; raggiungere la parità di genere è un bene per tutti ma questo è un messaggio che passa con difficoltà si preferisce vedere questa cosa come una battaglia tra uomini e donne, ma non è così. I diritti non sono una risorsa limitata: non è che se li dai a qualcuno li togli a qualcun altro. Sono come la conoscenza: più li condividi, più crescono. E in questo senso il femminismo è un sintomo di intelligenza, è un modo di stare al mondo, di lavorare insieme, di costruire spazi dove tutti possano contribuire. È anche per questo che credo così tanto nelle collaborazioni e nella condivisione delle storie delle scienziate dimenticate.

Come si possono cambiare le cose secondo te?

Quando penso a come cambiare davvero le cose, mi rendo conto che non basta la buona volontà individuale. La crisi climatica, la disinformazione, la parità di genere: sono problemi sistemici e come tali richiedono risposte sistemiche. Per questo dico sempre che servono creatività e investimenti. Creatività perché non possiamo continuare a comunicare la scienza come abbiamo fatto finora: servono nuovi linguaggi, nuovi formati, nuovi modi di coinvolgere le persone. E servono investimenti perché senza risorse, senza strutture, senza un ecosistema che sostenga la divulgazione, tutto resta sulle spalle dei singoli. Io non credo nell’ottimismo ingenuo, ma credo nella possibilità del cambiamento. Credo che le storie che scegliamo di raccontare possano aprire spazi nuovi. Credo che restituire visibilità alle scienziate cancellate, come Eunice Newton Foote, sia un modo per riscrivere il passato e allo stesso tempo per immaginare futuri diversi. Credo che le giovani ricercatrici abbiano un ruolo decisivo, perché portano sensibilità nuove, narrazioni nuove, un modo diverso di guardare al mondo. Cambiare le cose significa questo: costruire ponti tra scienza e società, creare luoghi di incontro, nuovi linguaggi, dare spazio a chi finora è rimasto ai margini, investire in chi sa innovare. È un lavoro lento, quotidiano, ma è l’unico che può funzionare. E io, nel mio piccolo, ho scelto di farlo: con i libri, con la divulgazione, con i giochi, con le storie. Perché il futuro non è qualcosa che ci accade: è qualcosa che costruiamo, insieme.

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