Nel primo freddo di questo inverno sono morte quattro persone nei capoluoghi della mia regione per le condizioni miserabili in cui erano costrette a vivere la loro migrazione. Forse erano richiedenti asilo, forse irregolari, forse volevano solamente continuare il viaggio verso Paesi più ricchi. Di certo venivano tutti da un’odissea di anni lungo la rotta balcanica: un viaggio molto costoso, per pagare il quale le loro famiglie risulteranno indebitate per sempre. Questa è la rappresentazione del fallimento di un sistema e ci si deve interrogare sull’indifferenza con la quale tale tragedia è stata accolta. Queste persone sono poco più di maschere quasi invisibili di un’autentica tragedia. Sono gli attori di una spietata contraddizione nella nostra coscienza continentale. Il Pil deve molto al lavoro immigrato nei servizi sociali, nelle industrie, in agricoltura. C’è dunque bisogno degli immigrati, ma al tempo stesso ciò viene nascosto, e li si obbliga a un apprendistato di sofferenza. Sono pochissimi i lavoratori stranieri in Italia che non siano stati costretti a iniziare la loro vita lavorativa da irregolari. Che senso ha questa crudeltà delle leggi statali che viola le leggi ben più profonde della solidarietà umana? Serve da deterrente. Serve per amplificare il problema da strumentalizzare politicamente. Ma queste sono persone di cui il sistema ha bisogno. Più che di immoralità, qui si tratta di assurdo cinismo.
Nemmeno un euro dei bilanci delle regioni del Nord andrà a favore delle persone irregolari nelle prossime leggi di stabilità, in quanto l’immigrazione è considerata di competenza statale. Il sistema è paralizzato da logiche individualistiche di profitto e dall’arrogante orgoglio identitario che si oppone all’esule post-coloniale, che reputa incommensurabilmente diverso. Quanta sofferenza sarà ancora necessaria perché una dialettica rivoluzionaria porti al superamento di questa contraddizione?
Non siamo quasi più nemmeno spettatori di questa rappresentazione tragica perché siamo “spossessati del mondo”, come dice il filosofo francese Gilles Deleuze, e siamo ormai incapaci di fare esperienza di quanto avviene intorno a noi, come dice il filosofo italiano Gian Andrea Franchi, che ogni giorno a Trieste cura coloro di cui nessuno si cura. Più che pensieri oggi vorrei testimoniare azioni, che non siano solo simboliche come emendamenti oppure ordini del giorno bocciati. Politicamente posso elencare solamente l’aver favorito la costituzione di un osservatorio regionale sul caporalato. È troppo poco a fronte di quel “diritto a esistere” di cui sono portatori questi esclusi, anche perché quello è un diritto che molti di noi sentono più forte del diritto degli Stati, che non vogliono riconoscere loro la dignità. È il diritto di Antigone.
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