Nel dibattito internazionale sulla parità di genere, il ruolo delle dinamiche scolastiche e, in particolare, del feedback fornito dagli insegnanti agli studenti, è sempre più oggetto di attenzione. Accanto al voto, poche righe: un commento, una sfumatura, un incoraggiamento, una critica, parole che sembrano burocratiche, ma che potrebbero raccontare una storia molto più grande.
A pochi mesi dalla pubblicazione del lavoro della neuroscienziata Pauline Martinot, un nuovo studio condotto su vasta scala nel sistema educativo francese mette in luce come il genere degli studenti possa influenzare in modo significativo la natura e l’efficacia del feedback ricevuto, con ripercussioni tangibili sulle performance accademiche e sulle scelte future. Il feedback ricevuto dagli studenti durante il percorso scolastico rappresenta un elemento cruciale per la costruzione dell’autostima, dell’impegno e delle aspirazioni professionali. Tuttavia, queste informazioni non sono sempre trasmesse in modo neutro: possono riflettere bias inconsapevoli legati al genere, che finiscono per orientare diversamente ragazzi e ragazze. Se il feedback è modellato da stereotipi di genere, il rischio è quello di amplificare le differenze non solo nei risultati scolastici, ma anche nelle scelte di carriera.
Pauline Charousset e Marion Monnet, due economiste rispettivamente della Paris School of Economics e dell’Università della Borgogna/IREDU, hanno deciso di verificare empiricamente se il genere degli studenti influisce sul feedback scritto degli insegnanti. In particolare, il loro lavoro si è focalizzato sull’insegnamento della matematica analizzando oltre 600.000 giudizi scritti da docenti di matematica dell’ultimo anno delle superiori francesi, dal 2013 al 2017.
Un elemento centrale dello studio è stato l’attenzione riservata alle espressioni utilizzate per valutare le prestazioni degli studenti maschi e femmine. Le caratteristiche dei dati disponibili consentono di collegare i certificati alle performance ottenute agli esami nazionali, permettendo così di valutare la relazione tra il tipo di feedback ricevuto e i risultati in prove fondamentali e ad alto rischio. Inoltre, lo studio esamina la connessione tra il feedback di genere e altre pratiche o caratteristiche degli insegnanti, come la personalizzazione dei commenti o eventuali bias valutativi. Infine, confrontando i dati sulle domande di ammissione e sulle iscrizioni all’istruzione superiore, è possibile seguire le traiettorie scolastiche degli studenti esposti a livelli di feedback di genere differenti.
Quello che le autrici si sono chieste è: se prendessimo solo le parole della pagella, senza sapere nulla dello studente, riusciremmo a indovinare se è un ragazzo o una ragazza? Se la risposta fosse affermativa si potrebbe concludere che gli stereotipi di genere si insinuino nelle pratiche quotidiane della scuola, non attraverso grandi discriminazioni, ma attraverso sfumature e il modo in cui un insegnante descrive uno studente potrebbe influenzare la sua motivazione, la sua percezione di sé e persino le sue opportunità future.
Per rispondere a questa domanda le autrici hanno sviluppato una misura sintetica del feedback degli insegnanti basata sul genere GTV (Gendered Teacher Vocabulary). In particolare ogni parola è stata ridotta alla sua radice (per esempio “motivata”, “motivato”, “motivazione” → “motiv”) e poi si è costruita una grande tabella in cui ogni riga è un commento e ogni colonna indica se una certa parola compare oppure no. In questo modo, ogni feedback diventa una sorta di “impronta linguistica”. A questo punto le autrici utilizzando tecniche di machine learning hanno addestrato un modello statistico capace di prevedere il genere di uno studente sulla base delle parole utilizzate dall’insegnante
Questa è la parte centrale del lavoro ed è sempre affascinante vedere come la matematica sia davvero un linguaggio universale capace di modellare discipline apparentemente così diverse, in questo caso addirittura un testo scritto.
Il risultato è sorprendente: il modello indovina il genere nel 64% dei casi confermando che gli insegnanti forniscono feedback differenziati in base al genere. Quando si osservano le parole più predittive, il quadro diventa ancora più interessante. Le ragazze vengono descritte con un vocabolario che ruota attorno all’impegno, alla serietà, alla costanza. Sono “volenterose”, “serie”, “impegnate”. Due terzi dei termini predittivi sono positivi e riguardano il comportamento. I ragazzi, invece, ricevono un linguaggio più polarizzato: da un lato sono “intuitivi”, “brillanti”, “dotati”; dall’altro sono “agitati”, “indisciplinati”, “discontinui”. Due terzi dei termini predittivi sono negativi e legati al comportamento, ma quando il giudizio è positivo, riguarda quasi sempre le capacità intellettive.
Uno stereotipo quello di riconoscere alle ragazze la diligenza e ai ragazzi il talento, già noto in psicologia, ma che in questo lavoro viene misurato scientificamente. Successivamente, la misura GTV viene messa in relazione con le performance accademiche, le scelte di istruzione superiore e i risultati di iscrizione.
La parte più inattesa dello studio riguarda gli effetti sulle performance all’esame nazionale di matematica. Contro ogni aspettativa, gli studenti che hanno docenti con un linguaggio più “gendered” ottengono un miglioramento medio della performance all’esame di matematica dell’1,4%. Questo effetto risulta più marcato e statisticamente significativo per le ragazze (1,8% contro lo 0,95% dei ragazzi).
A questo punto le autrici hanno analizzato se il vocabolario degli insegnanti influisca diversamente su studenti maschi e femmine, trovando che l’effetto positivo dell’esposizione a feedback genderizzato è più forte quando gli insegnanti utilizzano più spesso il vocabolario associato alle studentesse, cioè quello che enfatizza comportamento positivo e impegno. In linea con la letteratura sul feedback e sul growth mindset, le ragazze beneficiano maggiormente del feedback comportamentale positivo rispetto a quello negativo o alle lodi intellettuali; per i ragazzi non emergono differenze significative.
Nonostante l’effetto sulle performance, il linguaggio dei docenti non sembra però influenzare le scelte universitarie.
L’analisi controlla anche altre variabili legate agli insegnanti, come la personalizzazione dei commenti e possibili bias valutativi, confermando la robustezza dei risultati che suggeriscono che la formazione dei docenti sulla consapevolezza dei propri bias e sull’uso di un linguaggio più neutro potrebbe contribuire a ridurre le disparità di genere sin dalle fasi cruciali della formazione scolastica.
L’evidenza empirica raccolta suggerisce che il feedback degli insegnanti, lungi dall’essere un semplice strumento valutativo, può fungere da potente moltiplicatore di opportunità o, al contrario, da amplificatore di disparità. Interventi mirati nella formazione del corpo docente e un’attenta riflessione sulla formulazione dei feedback potrebbero rappresentare passi concreti verso una scuola più equa e inclusiva, capace di valorizzare il potenziale di ogni studente al di là degli stereotipi di genere.
Il lavoro di Charousset e Monnet non solo ha l’obiettivo di fornire spunti di riflessione e strumenti operativi per il miglioramento delle pratiche didattiche e la promozione della parità di genere nel contesto educativo, ma mostra anche che il linguaggio dei docenti non è un semplice accompagnamento al voto. È una lente attraverso cui gli studenti vengono visti, interpretati, incoraggiati o limitati.
Gli stereotipi non sono solo idee: sono pattern linguistici misurabili, che influenzano la motivazione e, in parte, le performance e cambiare il linguaggio significa cambiare le aspettative e le possibilità.
