Battista Grassi: il Nobel negato

Intrighi, colpi bassi, spionaggio di laboratorio: a un secolo di distanza, la storia del medico italiano Battista Grassi diventa un thriller scientifico

Non era una canaglia, come sostenevano i numerosi nemici che si fece in campo scientifico. Di certo, però, non aveva un bel carattere. Battista Grassi (1854-1925) era un tipo fumantino, e soprattutto non conosceva i sentieri della diplomazia. Lo si era già capito quando, da studente, venne espulso dal Collegio Ghislieri a Pavia perché autore di «ripetuti atti di grave insubordinazione». E lo dimostrano anche le numerose polemiche in cui è stato coinvolto nella sua vita accademica, ricostruite dallo storico della medicina Paolo Mazzarello nel suo ultimo libro Malaria, edito da Neri Pozza.

 

Battista Grassi

 

A Pavia, Battista Grassi si era laureato in medicina nel 1878. Dopo qualche tentennamento nella scelta tra la professione del medico e la ricerca pura, aveva scelto la carriera accademica. Seguì allora un percorso di specializzazione a Messina e in seguito all’estero, a Heidelberg in Germania, dove conobbe anche la moglie che sposò nel 1884. Ottenne poi la libera docenza in zoologia e anatomia comparata e nel 1883 diventò professore della
stessa disciplina a Catania, per poi trasferirsi definitivamente a Roma 2 anni dopo.
Come docente, si fece la fama di esaminatore severissimo: spesso bocciava tutti gli studenti che si presentavano all’appello, facendo scoppiare tumulti per i quali occorreva l’intervento dei carabinieri. Si fece soprattutto un nome nel mondo della ricerca zoologica per le sue doti di sperimentatore e per gli studi sui vermi che infestavano gli animali e l’uomo, sulle termiti grandi divoratrici del legno e sulle anguille. Nel 1896 ricevette dalla Royal Society di Londra la Medaglia Darwin, considerata il massimo riconoscimento internazionale negli studi biologici. Nel 1908 venne pure nominato senatore del Regno d’Italia.

La fama di Grassi è però legata principalmente alla malaria, che alla fine dell’800 costituiva ancora una vera e propria emergenza sociale, mietendo un enorme numero di vittime anche in Italia. Le sue ricerche portarono alla “legge di Grassi”, per la quale uomo + Anopheles = malaria. Aveva infatti scoperto che erano le zanzare, in particolare quelle appartenenti al genere Anopheles, a costituire il vettore di trasmissione della malattia. Nell’estate del 1898 scrisse alla figlia: «Ho passato la giornata a Follonica nelle Maremme toscane e oggi sono di passaggio da Montecatini per visitare la palude di Fucecchio. Se il cielo m’aiuta ho fatto una grande scoperta sulla malaria».

 

 

La malattia, in quegli anni, aveva attirato l’attenzione di diversi studiosi. In particolare, il britannico Ronald Ross aveva individuato per primo il ruolo delle zanzare nella malaria aviaria. Nacque così la polemica sul primato della scoperta: si poteva sostenere che, con Ross, il più era stato fatto e si trattava solo di estendere le sue ricerche al caso del contagio umano, oppure che una simile analogia era ancora tutta da dimostrare e approfondire per arrivare a una specifica profilassi. Non era solo una questione di semplice orgoglio accademico. Tutti capivano che in ballo c’era il Premio Nobel e la sua prima assegnazione, prevista per la fine del 1901.
Grassi era sicuro che il premio dovesse toccare a lui, perché era stato il primo ad aver individuato le Anopheles come trasmettitrici della malaria all’uomo (oltre ad aver indicato i rimedi da apportare per limitare la diffusione della malattia).

Così invece non accadde. Nel 1901 il Nobel per la medicina non andò agli studi sulla malaria. L’anno successivo, invece, il riconoscimento venne conferito a Ronald Ross. È evidente, dal punto di vista storico, che Grassi l’avrebbe meritato, o avrebbe perlomeno meritato la condivisione o l’assegnazione del premio negli anni successivi (come sarebbe poi avvenuto per altri studiosi della malaria). Il sottotitolo del libro di Mazzarello parla di «Nobel negato». Pesarono le polemiche e i nemici che Grassi si era fatto. Soprattutto si rivelò determinante il “fuoco amico”, proveniente dall’Italia e in particolare da un suo ex-collaboratore, Salvatore Calandruccio, che dipinse la personalità umana e scientifica di Grassi a tinte fosche con velenose insinuazioni. I circoli scientifici inglesi (e tedeschi), interessati alla competizione del Nobel, ebbero gioco più facile a negarlo allo studioso italiano.

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