In un contesto politico ed economico globale che muta a velocità mai viste, travolgendo equilibri ormai consolidati e generando dinamiche imprevedibili, il Giappone della nuova premier Sanae Takaichi è deciso a giocare nuovamente un ruolo da protagonista assoluto (troverete su Prisma di gennaio, disponibile da giovedì 8, un articolo di approfondimento sempre a firma di Piergiorgio Pescali sulle sfide tecnologiche). Tra le sfide principali del Paese del Sol Levante, sicuramente c’è quella del ritorno al nucleare. Piergiorgio Pescali, fisico ed esperto internazionale di politiche del nucleare, ci racconta direttamente dal Giappone dove si trova i dettagli della riapertura della più grande centrale nucleare del mondo, quella di Kashiwazaki-Kariwa
L’Assemblea prefetturale di Niigata ha approvato lunedì la ripresa delle attività della centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa, segnando un momento cruciale nella politica energetica giapponese. Con sette reattori e una capacità complessiva di 8.212 megawatt, l’impianto rappresenta il più grande complesso nucleare al mondo per potenza installata.
La decisione arriva quasi quindici anni dopo il disastro di Fukushima dell’11 marzo 2011, quando un terremoto di magnitudo 9.0 e il conseguente tsunami provocarono il collasso dei sistemi di raffreddamento della centrale Fukushima Daiichi, causando fusioni nucleari in tre reattori. L’incidente, classificato al livello 7 della scala INES (lo stesso di Chernobyl), portò alla chiusura immediata di tutti i 54 reattori operativi del paese e all’evacuazione di circa 160.000 persone.
Da allora, il Giappone ha intrapreso un processo graduale di ritorno all’energia nucleare. Attualmente, dei 33 reattori ancora considerati operabili, solo 14 sono stati riattivati. Kashiwazaki-Kariwa sarà il primo impianto gestito da Tokyo Electric Power Company (Tepco) a riprendere le operazioni dopo la catastrofe – un fatto particolarmente significativo, considerando che Tepco era l’operatore responsabile della centrale di Fukushima.
La strategia energetica giapponese si trova di fronte a sfide complesse e interconnesse. Dopo la chiusura delle centrali nucleari, il Paese ha dovuto compensare con massicce importazioni di combustibili fossili: nel solo anno scorso, il Giappone ha speso 10.700 miliardi di yen (circa 68 miliardi di euro) per importare gas naturale liquefatto e carbone, rappresentando un decimo dei costi totali di importazione nazionale.
Attualmente, i combustibili fossili forniscono tra il 60% e il 70% dell’elettricità giapponese, una dipendenza energetica che pone problemi sia economici che di sicurezza strategica. Il primo ministro Takaichi Sanae, in carica da due mesi, ha sostenuto fermamente i riavvii nucleari proprio per rafforzare l’indipendenza energetica del paese.

Takaichi Sanae
Ma c’è anche una dimensione ambientale. Il Giappone ha assunto impegni di decarbonizzazione che richiedono una drastica riduzione delle emissioni. Il governo ha fissato l’obiettivo di raddoppiare la quota di energia nucleare nel mix elettrico nazionale, portandola al 20% entro il 2040. Un traguardo ambizioso, considerando che la produzione nucleare rappresenta attualmente una frazione di quella cifra.
Paradossalmente, nonostante la popolazione in calo, il Giappone prevede un aumento della domanda energetica nel prossimo decennio, trainato principalmente dalla proliferazione di data center per l’intelligenza artificiale. Secondo le stime del Ministero dell’Industria, il solo riavvio del primo reattore di Kashiwazaki-Kariwa potrebbe incrementare del 2% la fornitura elettrica dell’area di Tokyo.
Dopo il disastro del 2011, il Giappone ha completamente ristrutturato il proprio quadro normativo sulla sicurezza nucleare. Nel 2012 è stata istituita la Nuclear Regulation Authority (NRA), un’agenzia indipendente con poteri rafforzati, che ha implementato standard di sicurezza considerati tra i più rigorosi al mondo.
I nuovi criteri richiedono che gli impianti siano in grado di resistere a terremoti e tsunami di intensità superiore a quelli storicamente registrati nell’area, con sistemi di raffreddamento ridondanti e alimentazioni elettriche di emergenza multiple. Kashiwazaki-Kariwa ha ottenuto l’approvazione normativa già nel 2017, ma il processo di riavvio è stato ritardato da problemi di sicurezza fisica dell’impianto, incluse violazioni nei protocolli di accesso che hanno sollevato preoccupazioni sulla capacità gestionale di Tepco.
L’azienda ha dovuto dimostrare non solo la conformità tecnica, ma anche un profondo cambiamento nella cultura della sicurezza aziendale. Per ottenere il sostegno della popolazione locale, Tepco ha promesso un investimento di 100 miliardi di yen (circa 641 milioni di euro) nella prefettura di Niigata nei prossimi dieci anni.
Nonostante le garanzie tecniche e gli investimenti promessi, l’opposizione locale rimane significativa. Un sondaggio condotto dalla prefettura di Niigata lo scorso ottobre ha rivelato che il 60% dei residenti ritiene che le condizioni per il riavvio non siano state soddisfatte, mentre quasi il 70% esprime preoccupazione per la gestione dell’impianto da parte di Tepco. Le proteste che hanno accompagnato il voto dell’assemblea prefetturale riflettono timori radicati nell’esperienza traumatica del 2011. Tra i manifestanti, molti sono evacuati da Fukushima che hanno ricostruito le loro vite a Niigata e ora vedono riemergere il fantasma del rischio nucleare.
Il riavvio di Kashiwazaki-Kariwa rappresenta un test cruciale per il futuro nucleare del Giappone. Se l’operazione procederà senza incidenti, potrebbe facilitare l’approvazione di altri riavvii e persino la costruzione di nuovi reattori – un tema che sta tornando nel dibattito pubblico. A luglio, Kansai Electric Power ha annunciato indagini preliminari per un nuovo reattore nel Giappone occidentale, il primo progetto post-Fukushima.

La centrale di Kashiwazaki-Kariwa
Tuttavia, il percorso verso l’obiettivo del 20% di energia nucleare entro il 2040 rimane irto di ostacoli. Oltre alle resistenze sociali, ci sono sfide tecniche ed economiche: molti dei reattori chiusi nel 2011 sono ormai obsoleti e richiederebbero investimenti massicci per essere riattivati secondo i nuovi standard di sicurezza.
La questione delle scorie nucleari resta inoltre irrisolta: il Giappone non ha ancora individuato un sito permanente per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi ad alta attività, un problema che accomuna molte nazioni con programmi nucleari.
Persino il governatore di Niigata, Hideyo Hanazumi, pur avendo dato il via libera al riavvio, ha espresso la speranza che il Paese possa eventualmente ridurre la dipendenza dal nucleare: “Voglio vedere un’era in cui non dobbiamo affidarci a fonti energetiche che causano ansia.”
Il riavvio di Kashiwazaki-Kariwa simboleggia il difficile equilibrio che il Giappone deve mantenere tra necessità energetiche, ambizioni climatiche e memoria collettiva di una tragedia. La sfida sarà dimostrare che le lezioni di Fukushima sono state davvero apprese e che la sicurezza non è negoziabile, nemmeno di fronte alle pressioni della transizione energetica.