U-BOOT, dietro la loro sconfitta un calcolo sbagliato

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«In tutta la nostra vita abbiamo la sensazione che si possano trovare risposte dando dei numeri e siamo abituati a pensare che quei numeri siano una traduzione della realtà. Ma a proposito dei numeri, sorge sempre il problema delle fonti». Alessandro Barbero, lo storico italiano più amato e famoso del momento, in diverse occasioni pubbliche ci ha messo in guardia dalla tentazione di pensare che, quando si parla di storia, e in particolare di guerra, i numeri siano sempre attendibili ed esaustivi. Spesso in effetti non lo sono: per le difficoltà di conteggio, per l’impossibilità di rilevazioni precise, per la distruzione degli archivi che impedisce la ricerca. Tuttavia, siccome ogni regola vuole almeno un’eccezione, c’è stata, tra il 1939 e il 1945, una vicenda militare in cui i numeri non solo furono e restano precisi ma addirittura ne costituirono l’essenza e il carattere distintivo. Fu la Battaglia dell’Atlantico, combattuta da navi e aerei inglesi, canadesi e americani contro i sommergibili tedeschi (detti U-Boot, contrazione di Unterseeboot, la parola tedesca per battelli subacquei), impegnati ad affondare le navi mercantili che portavano alle isole britanniche materie prime, cibo e rinforzi. Un capitolo fondamentale della seconda guerra mondiale, cui l’Italia decise di partecipare esattamente 80 anni fa, il 10 giugno 1940.

Di questa battaglia il premier Winston Churchill scrisse poi, a vittoria ottenuta: «L’unica cosa che mi abbia veramente spaventato durante la guerra fu il pericolo degli U-Boot. Non assunse la forma di battaglie fiammeggianti e di splendidi successi, ma si manifestò sotto forma di statistiche, diagrammi e curve sconosciuti alla nazione, incomprensibili per la gente».

Statistiche, diagrammi e curve. Matematica, insomma. Tanto che, volendo, si può considerare la battaglia come un’equazione a più incognite. Eccole: 1) La Gran Bretagna nel 1939 aveva importato, per sopravvivere, 55 milioni di tonnellate di merci, in gran parte petrolio, metalli non ferrosi, macchine utensili e soprattutto alimenti. Di quanto dovevano essere ridotte per portare il Paese alla fame e alla stagnazione produttiva?; 2) La flotta mercantile britannica era composta di 3 000 navi oceaniche e 1 000 grandi unità di altura, in totale 21 milioni di tonnellate di stazza lorda, di cui 2 500 sempre in mare in qualunque momento dell’anno. Quante se ne dovevano distruggere per ridurne in maniera sostanziale le possibilità di trasporto, visto che la capacità produttiva dei cantieri inglesi al momento in cui scoppiò la guerra (settembre 1939) era di poco più di un milione di tonnellate l’anno? 3) Quanti sommergibili tedeschi occorrevano per raggiungere questi obiettivi? Quando si aprirono le ostilità, la Germania possedeva solo 27 U-Boot oceanici, ossia con l’autonomia necessaria a raggiungere l’oceano Atlantico a ovest e a sud delle isole britanniche, dove passava la maggior parte del traffico commerciale. L’ammiraglio Karl Dönitz, comandante in capo della flotta subacquea, aveva calcolato che sarebbero stati necessari almeno 300 battelli subacquei, così da averne sempre 140 in navigazione operativa, tenuto conto dei fermi per manutenzione e per il riposo degli equipaggi e dei lunghi tragitti da e per le zone di operazioni. Questi erano i termini del problema nel 1939. Che furono però modificati, quasi da subito, da una serie di nuovi elementi. A vantaggio degli inglesi la requisizione e il nolo di 7 milioni di tonnellate di naviglio neutrale da aggiungere alla flotta da trasporto. Dal canto loro, i tedeschi invece, dopo la rapida vittoria sulla Francia del 1940, ebbero a disposizione i porti atlantici di Brest, Bordeaux, Lorient, Saint Nazaire e La Rochelle, annullando i pericolosi e lunghi tragitti dal Baltico all’Atlantico. Bordeaux, tra l’altro, fu anche la base dei sommergibili italiani che operarono in Atlantico a fianco dei tedeschi: in tutto 32 battelli, 16 dei quali vennero affondati. A mano a mano che la guerra andava avanti intervennero altri fattori a cambiare i termini dell’equazione. Prima di tutto l’adozione di convogli scortati che consentivano di difendere meglio le navi. A questa, i tedeschi risposero con la tecnica degli attacchi dei “branchi di lupi”: se un battello avvistava un convoglio non lo attaccava ma lo seguiva e intanto chiamava via radio rinforzi per un’azione in massa, spalmata su più giorni fino a annullare le capacità difensive della scorta.

Poi entrarono in gioco, a favore degli Alleati, la capacità produttiva e le tecniche rivoluzionarie di costruzione prefabbricata dei cantieri americani che da soli arrivarono a varare 2 700 nuove navi del tipo Liberty. Infine l’apporto, a partire dalla metà del 1943, di nuove tecnologie di combattimento e di scoperte che rivoluzionarono la situazione nel giro di poche settimane: aerei a grande autonomia, rilevatori direzionali ad alta frequenza, radar centimetrico.

L’obiettivo dei 300 U-Boot in servizio fu raggiunto nel luglio 1942 e i massimi successi furono conseguiti nel febbraio e marzo 1943 con affondamenti complessivi di 219 navi per quasi 600mila tonnellate, con la perdita di 33 battelli. Ma già in maggio le perdite tedesche sarebbero salite a 41 battelli a fronte di 49 imbarcazioni affondate. La Gran Bretagna non sarebbe morta di fame.

Alla fine delle ostilità, i tedeschi avrebbero perduto 785 U-Boot su 1 162 costruiti, con la morte di 30 mila marinai su 38 mila schierati in battaglia, circa il 78%, la più alta percentuale di perdite di qualunque forza armata in qualunque Paese belligerante. L’equazione di Dönitz era sbagliata.