La corsa del dragone

Dopo i successi sul fronte economico, la Cina punta a diventare la massima potenza mondiale nel campo della scienza. Per raggiungere questo obiettivo, pechino ha scelto di investire nella ricerca. Ma gli USA non ci stanno e reagiscono. Come dimostra il caso Huawei.

di Pietro Greco

«Will China lead the world in AI by 2030?» (La Cina sarà la nazione leader nel campo dell’AI entro il 2030?), si chiedeva la rivista scientifica Nature a fine agosto. Commentando, poi: la Cina non è solo il Paese più popolato al mondo, ma mira a diventare la più grande economia del pianeta – in realtà lo è già, se si calcola il Pil a parità di potere di acquisto delle monete – e intende diventare entro un decennio o poco più leader assoluta nel campo dell’AI (Artificial Intelligence). Un settore strategico, sia dal punto di vista economico che militare. Per raggiungere questo obiettivo, rilevava puntualmente la rivista inglese, Pechino sta già investendo in maniera significativa nella ricerca di base, proponendosi come ospite dei migliori talenti del pianeta e avendo un’industria che rivaleggia alla pari con i leader mondiali del settore. Il settore dell’elettronica è talmente importante da essere diventato il principale terreno di scontro geopolitico tra Cina e Stati Uniti. Non potremmo comprendere la guerra dei dazi tra Washington e Pechino (e, marginalmente, Bruxelles) e il tentativo di frenare la corsa del gigante Huawei verso l’implementazione del 5G, l’internet superveloce, se non alla luce del timore che America e Europa stanno maturando nei confronti dell’emergente potenza scientifica e tecnologica della Cina.

 

Il primato cinese nel campo della scienza e dell’alta tecnologia ancora non c’è. Potrebbe esserci presto, però, visto che già oggi il Paese asiatico conta nei suoi laboratori 1,5 milioni di scienziati: più degli Stati Uniti e più della somma dei ricercatori di tutti i Paesi dell’Unione europea. Non basta: secondo la rivista specializzata americana R&D Magazine, Pechino investe in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico (R&S) qualcosa come 486 miliardi di dollari (calcolati a parità di potere di acquisto delle monete), pari al 2,1 per cento del Prodotto interno lordo del Paese. E alla fine di quest’anno la spesa salirà a 519 miliardi di dollari, contro i 581 miliardi di dollari degli Stati Uniti (pari al 2,8 per cento del Pil degli Usa). Sia in termini assoluti che relativi gli investimenti in R&S della Cina hanno già superato quelli complessivi dell’Unione Europea e, si prevede, supereranno anche quelli degli Stati Uniti al più tardi nel 2026 ma forse già nel 2024.

Le conseguenze della crescita a due cifre degli investimenti cinesi nell’ultimo quarto di secolo si vedono. Nel 2018, secondo il database Scimago, gli scienziati della nazione asiatica hanno pubblicato su riviste scientifiche specializzate con peer review 569.227 articoli, un numero praticamente pari a quello degli articoli pubblicati dagli scienziati americani, che ammontano a 570.104. Vent’anni fa o poco più, il confronto con gli Usa era improponibile: nel 1996, per esempio, gli articoli di scienziati americani sono stati 347.986 contro gli appena 30.654 – oltre undici volte meno – dei loro colleghi cinesi.

Anche in termini di qualità il recupero è stato impressionante. Se si guarda al numero di citazioni per articolo, considerato a torto o a ragione un indicatore di qualità, nel 2018 gli scienziati americani hanno ottenuto, in media, 0,77 citazioni per articolo. I cinesi meno, ma non di molto: 0,67. Nel 1996 il numero di citazioni per articolo degli americani era 4 volte superiore a quello dei colleghi cinesi. Secondo la rivista inglese Nature, anche nell’empireo scientifico le cose stanno cambiando: gli articoli cinesi highly cited, quelli più citati e si presume più importanti, sono raddoppiati nel breve volgere di un decennio, tra il 2005 e il 2015. Si prevede che la qualità della scienza cinese continuerà ad aumentare a ritmi sconosciuti ad altri Paesi, per cui, tra cinque o sei anni, la Cina sarà il Paese al mondo che avrà più scienziati, più risorse investite in R&S e più produzione scientifica. In questo modo diventerà il leader scientifico e tecnologico del pianeta. Ma gli Stati Uniti non intendono rinunciare a questo ruolo, che coprono da almeno ottant’anni. Non senza combattere, almeno. Intanto, Pechino punta molte carte sulla scienza applicata nel tentativo di raggiungere un duplice obiettivo: competere con le nazioni tecnologicamente più avanzate e, nel contempo, essere completamente indipendente dalle tecnologie straniere. In ogni settore.

Ne sono un esempio le tecnologie spaziali, che hanno evidenti ricadute anche in ambito militare. Nei primi giorni di gennaio 2019, la sonda Chang’e-4 della China National Space Administration (Cnsa) è atterrata sulla faccia nascosta della Luna. La missione ha raggiunto per la prima volta nella storia una parte inesplorata del nostro satellite naturale. Nessuno vi era riuscito prima. Il successo dell’impresa, estremamente sofisticata, è stato tale che ora molti scommettono che il primo essere umano a mettere piede su Marte sarà un taikonauta, un astronauta cinese.

Ma la Cina ha assunto una posizione di leadership assoluta anche in altri settori, con meno clamore ma altrettanta solidità. Nelle scienze dei materiali, per esempio, gli scienziati cinesi sono primi in assoluto da almeno un decennio. Cinesi sono i due supercomputer più potenti al mondo. La Cina è il maggior esportatore al mondo di beni hi-tech. Tutti conoscono le capacità della Cina nelle Ict, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, perché molti posseggono gli smartphone Huawei. Fino alla guerra scatenata contro di lei da Donald Trump, questa azienda (nata appena nel 1987) forniva con i suoi prodotti ben 45 dei maggiori 50 operatori mondiali nel campo della telefonia mobile. Ora molti ritengono che resisterà all’urto americano, grazie anche al fatto che investe tra il 10 e il 15 per cento del suo fatturato in R&S. Nel 2017, per esempio, ha investito in ricerca 11,7 miliardi di euro: a puro titolo di paragone, ricordiamo che la spesa italiana complessiva, pubblica e privata, in R&S è intorno ai 20 miliardi di euro. La ricerca Huawei è rivolta soprattutto al campo dell’intelligenza artificiale e delle cloud, considerati settori di punta.

Nel settore, altrettanto strategico, dell’energia rinnovabile – dal fotovoltaico all’eolico – in meno di un decennio, partendo praticamente da zero, le aziende cinesi hanno acquisito una posizione dominante. E su queste tecnologie, Pechino punta sia per rispettare gli accordi di Parigi sul climate change sia per risolvere il principale problema associato alla sua industria: l’inquinamento locale. Anche in campo militare la progressione cinese è impressionante. Certo, Pechino è lontana dall’aver raggiunto la parità strategica con gli Usa, ma le distanze diminuiscono. A parte l’arsenale nucleare, la Cina inizia a disporre di tecnologie militari da aspirante superpotenza. Ha in mare, per esempio, due portaerei e un’altra è in costruzione e pare che il leader cinese Xi Jinping ne abbia ordinato la costruzione di altre quattro, a propulsione nucleare. Il progetto potrebbe essere portato a termine entro gli anni Venti di questo secolo e a quel punto sarebbero sette contro le undici americane, se gli Usa non ne vareranno altre, e sarebbero più moderne.

 

Ma, come sosteneva il padre della politica di R&S degli Stati Uniti, Vannevar Bush, il motore primo dell’innovazione è la scienza di base, quella che mira ad appagare solo la curiosità degli scienziati, senza porsi obiettivi applicativi immediati. Ebbene, all’inizio della rincorsa, gli investimenti cinesi in ricerca di base erano pochi. Anche perché, con una spregiudicata politica di apertura, la Cina aveva attratto le grandi aziende multinazionali sul proprio territorio ed erano queste aziende a sviluppare le attività di ricerca e sviluppo. Per forza di cose, queste attività erano orientate verso le applicazioni. Lo scenario non è cambiato quando, a scendere in campo, sono state direttamente aziende cinesi, controllate in maniera più o meno diretta dallo Stato. Ma da alcuni anni anche Pechino ha adottato l’approccio di Vannevar Bush e ha iniziato a investire in maniera sempre più importante nella ricerca curiosity-driven (diretta dalla curiosità), come oggi si preferisce dire. Partiti praticamente da zero, ormai gli investimenti in questo settore rappresentano il 5,5 per cento di quelli totali in ricerca. Il progetto è di far salire questa quota al 20 per cento, considerata ideale. Nel campo della fisica, la volontà di investire in ricerca di base è evidente. Il progetto JUNO mira ad assumere la leadership nel campo della ricerca sui neutrini. Dal canto suo, l’Istituto per le Alte Energie di Pechino ha deciso di costruire il più grande acceleratore di particelle del mondo: il China Electron Positron Collider, che avrà una circonferenza di 100 chilometri, contro i 27 dell’attuale campione del mondo degli acceleratori, il Large Hadron Collider (Lhc) del Cern di Ginevra. In questo modo, la Cina sottrarrà all’Europa il primato nella fisica delle alte energie.

Ma non c’è solo questa fisica. Nel 2016, per esempio, è stato inaugurato nella valle di Dawodang, una località della remota provincia del Guizhou, il telescopio Tianyan. Con la sua apertura di 500 metri, il «Five-hundred-meter Aperture Spherical Radio Telescope» è il più grande radiotelescopio al mondo.

Anche in biologia i cinesi puntano in alto: la loro ricerca in campo biotecnologico non ha nulla da invidiare a quella americana ed europea. Un dato lo dimostra più di ogni altra argomentazione: i cinesi detengono, ormai, il 30 per cento della capacità mondiale di sequenziamento del DNA. E anche quando incappano in qualche infortunio di natura bioetica – come quando il dottor He Jiankui ha annunciato il 26 novembre 2018 di aver fatto nascere, contravvenendo a norme non scritte della comunità scientifica, due bambine con il DNA editato con il metodo CRISPR/cas9 – la risposta è stata pronta. Pechino è intervenuta subito punendo He Jiankui, anche per dimostrare che la Cina è sensibile non meno degli occidentali agli aspetti bioetici dello sviluppo della scienza.

Ma la corsa del Dragone ha anche qualche difetto. Uno riguarda il tasso di internazionalizzazione. Solo il 20 per cento degli articoli firmati da scienziati cinesi vede come coautori colleghi stranieri, mentre la media mondiale è del 40 per cento e i Paesi più avanzati superano spesso abbondantemente il 50. Insomma, la Cina deve scrollarsi ancora di dosso i residui dell’isolazionismo maoista. Il problema non è solo culturale. Pechino lo sa bene. La ricerca ha un valore strategico per la politica economica come per la geopolitica. Nessuno in Cina ne è più convinto del Presidente della repubblica e segretario del partito comunista, Xi Jinping. Quando, nel settembre 2013, ha parlato forse per la prima volta della Bri (Belt and Road Initiative, la nuova «via della seta») che prevede investimenti che ammonteranno, dice qualcuno, a 8.000 miliardi di dollari per costituire la rete infrastrutturale su cui poggiare l’espansione economica cinese nel mondo, Xi Jinping ha indicato nella scienza lo strumento per convincere a collaborare e stringere a sé molte delle 126 nazioni che intende coinvolgere. Non a caso, tra le primissime iniziative della Bri, c’è stato il varo del progetto finanziato dall’Accademia delle Scienze Cinese per la realizzazione di un telescopio da un metro presso l’Istituto astronomico Ulugh Beg in Uzbekistan.

Le collaborazioni scientifiche lungo la «nuova via della seta» non riguardano né riguarderanno solo la scienza di base. Al contrario, la Cina punta molto a sostenere lo sviluppo della scienza per risolvere i problemi economici, sociali ed ecologici dei Paesi attraversati dalla strada immaginata da Xi. In Sri Lanka, per esempio, il governo di Pechino sta cofinanziando un centro di ricerca che ha come obiettivo la messa a punto di sistemi sicuri per la purificazione delle acque dolci e un centro per andare a fondo nei problemi di salute ai reni accusati dalla popolazione nella grande isola del subcontinente indiano. In Pakistan, come documenta Nature, le collaborazioni cofinanziate dalla Cina sono più articolate e spaziano dalla ricerca sulla coltivazione del riso a quella sull’intelligenza artificiale, passando per l’ingegneria ferroviaria. I cinesi stanno collaborando con Cile e Argentina in campo astronomico, il che ha reso possibile l’accesso di studiosi cinesi ai grandi telescopi presenti nella regione. In Africa le realizzazioni sono tali che è di fatto impossibile elencare le joint-venture cinesi, che vanno dai centri di ricerca all’offerta di alta formazione. Come scrive Nature: «In totale i siti scientifici della Bri coinvolgono decine di migliaia di ricercatori e studenti e centinaia di università. Vi sono poche regioni nei Paesi in via di sviluppo in cui l’azione scientifica cinese non abbia lasciato la sua impronta».

E non ci sono solo i Paesi in via di sviluppo. La scienza cinese sta lasciando la sua impronta anche nella ricca Europa. Per esempio in Belgio, non molto lontano dalla capitale europea, Bruxelles, presso l’Università Cattolica di Lovanio, cinesi e belgi stanno realizzando un grande parco tecnologico dal costo di 200 milioni di dollari in cui troveranno la loro sede 17 aziende cino-belghe impegnate nella ricerca, nello sviluppo e nella commercializzazione di prodotti farmaceutici, trattamenti per i tumori, stampanti mediche in 3D e anche energia solare. Di recente, alle attività scientifiche e tecnologiche cinesi hanno dedicato molta attenzione entrambe le principali riviste scientifiche generaliste del mondo, l’inglese Nature e l’americana Science. Ponendo spesso l’accento su un aspetto che i cinesi stessi all’inizio hanno trascurato: l’impatto ambientale della Belt and Road Initiative. Costruire strade, ponti, porti, aeroporti in gran numero crea non pochi problemi ecologici e molti esperti hanno messo il mondo sull’avviso. Ebbene, tra i primi a reagire (positivamente) quando il problema è emerso ci sono state proprio le autorità di Pechino. Quest’anno è nata la 2019 International Coalition for Green Development on the BRI, una coalizione internazionale per lo sviluppo verde della Bri che dovrà essere la piattaforma per uno scambio serrato di conoscenze sull’impatto della nuova «via della seta». Si tratta di una partnership tra le Nazioni Unite e la Cina. E nasce su iniziativa di quest’ultima.

 

Si può pensare quello che si vuole della potenza emergente scientifica e tecnologica del pianeta, ma non si può negare che abbia sguardo lungo, passo ponderato, azione sistematica. Tutte qualità che si sposano con una millenaria dose di saggezza.

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