Passioni, matematica e rivoluzione

di Anne-Charlotte Leffler, (tratto da “La vita di Sonia”, Università Bocconi-Centro PRISTEM, 2012)

Aveva solo vent’anni ed era una donna. Per uscire dalla Russia e poter andare a studiare all’estero, aveva avuto bisogno di un marito che garantisse per lei e aveva così contratto un matrimonio di convenienza. Adesso si trovava a Berlino a studiare niente meno che con Karl Weierstrass, uno dei padri della moderna analisi matematica. Ma a un certo punto, per qualche mese, deve interrompere gli studi. A Parigi era stata issata la bandiera della Comune e la sorella Aniouta ha bisogno di lei per aiutare il marito alle prese con la repressione dell’esercito. Ci racconta tutto Anne-Charlotte Leffler, l’amica svedese di Sonia Kowalewskaja.

Un giorno il professore Weierstrass vide entrare, non senza sorpresa, una studentessa che con aria imbarazzata lo pregava di prenderla come sua allieva. L’Università di Berlino era a quel tempo chiusa alla donne, come lo è ancora oggi nel 1895. Così Sonia, che desiderava ardentemente di trarre profitto dall’insegnamento di colui che passava per il padre della moderna Analisi matematica, decise di chiedergli delle lezioni private. Il professore esaminò con una certa sufficienza quella studentessa che non conosceva e, per metterla alla prova, le assegnò dei problemi destinati in genere agli allievi più preparati del corso, persuaso così che non sarebbe più ritornata. La sua prima impressione non era stata delle più favorevoli: mal vestita, come lo era sempre in quel periodo, Sonia si era recata all’incontro con il capo coperto da un orribile cappello che le nascondeva il viso e le dava l’aspetto di una vecchia. Il professore – come mi raccontò lui stesso qualche tempo dopo – non ebbe alcun modo di intuire quella fisionomia giovane e vivace che in generale esercitava subito tanta attrazione.
La studentessa riapparve in capo a una settimana, dichiarando di aver risolto tutti i problemi che le erano stati assegnati. Weierstrass ne dubitò ma ugualmente l’invitò a sedersi vicino a lui e si mise ad esaminare il lavoro punto per punto. Con sua grande meraviglia, non solo era esatto ma anche svolto con finezza e ingegnosità. Contenta di vedersi apprezzata, Sonia si tolse allora il cappello: i suoi capelli ricci si sciolsero, il viso diventò rosso di piacere e il vecchio professore fu pervaso da una singolare e paterna tenerezza per questa donna-bambina le cui capacità uguagliavano quelle dei suoi migliori allievi. A partire da quel momento, il famoso matematico diverrà il suo amico più fedele e benevolo, colui che non farà mai mancare il suo appoggio a Sonia, accolta nella famiglia Weierstrass come una figlia o una sorella. Per quattro anni consecutivi, Sonia lavorò sotto la direzione del grande professore che naturalmente esercitò su di lei una notevole influenza tanto che i lavori scientifici di Sonia furono in qualche modo il complemento o lo sviluppo dei princìpi del maestro. Le lezioni furono organizzate in questo modo: il professore sarebbe andato una volta alla settimana a casa di Sonia e la domenica sera lei sarebbe andata a casa del professore.

La vita di Sonia

Kowalewski aveva condotto la moglie a Berlino e l’aveva sistemata assieme alla sua amica di Heidelberg. Tornava poi a vederla di tanto in tanto, ma i suoi rapporti con Sonia restavano strani e destavano una certa curiosità in casa Weierstrass dove Voldemar non si faceva mai vedere, benché sua moglie vivesse in intimità con tutti i membri della famiglia. Mai lei parlò di lui e mai lo presentò al professore anche se la domenica sera, dopo la lezione, Kowalewski suonava alla porta d’ingresso e diceva alla domestica che veniva ad aprirgli: «Avvertite la Signora Kowalewski che una carrozza l’attende alla porta».
Sonia fu sempre infastidita da tale situazione: uno dei professori di Heidelberg mi ha raccontato che un giorno incontrò Kowalewski a casa di lei ma Sonia glielo presentò semplicemente come un “parente”.
Ecco come l’amica racconta quel periodo: «La nostra vita a Berlino fu ancora più monotona e isolata di Heidelberg. Sonia passava la giornata immersa nelle sue carte; io restavo in laboratorio fino a sera. Dopo un pranzo consumato in fretta, ci rimettevamo al lavoro. Tranne il professore Weierstrass che veniva spesso, nessun altro metteva mai piede a casa nostra. Sonia era sempre di cattivo umore, indifferente a tutto e niente all’infuori degli studi sembrava interessarla. Le visite del marito la tiravano un po’ su ma, benché avessero l’aria di essere sempre interessati l’uno all’altro, i loro rapporti erano turbati da litigi e da continui malintesi. Facevano lunghe passeggiate ma Sonia non accettò mai di uscire con me, neanche per fare gli acquisti più indispensabili. Una volta non riuscimmo a metterci d’accordo in merito ad un vestito di cui aveva assolutamente bisogno per Natale, in quanto eravamo state invitate a casa Weierstrass dove aveva addirittura addobbato un albero in nostro onore. Sonia non volle assolutamente uscire a comprare il vestito e io mi rifiutai di fare l’acquisto da sola; se ci fosse stato il marito, avrebbe risolto tutto lui perché era Voldemar a scegliere finanche le stoffe e il tipo degli abiti della moglie. Alla fine, Sonia decise di incaricare la nostra padrona di casa di ordinare ciò che le serviva e riuscì così anche questa volta a non uscire. Passava lunghe ore al tavolo di lavoro, in una tensione intellettuale straordinaria. Quando dopo una giornata di studio metteva da parte le carte, era per camminare in lungo e in largo per la camera assorbita nei suoi pensieri e con un passo così rapido che finiva spesso per mettersi a correre parlando da sola a voce alta, talora anche scoppiando a ridere. Sembrava allora sollevata da terra, trasportata lontano dalla realtà sulle ali della fantasia, ma mai parlava delle idee che la tenevano occupata in simili momenti. Dormiva poco e sempre con un sonno agitato. Svegliata talvolta di soprassalto da un sogno, mi pregava di tenerle compagnia e mi raccontava volentieri le sue fantasticherie, sempre curiose e interessanti, spesso vere e proprie visioni alle quali Sonia attribuiva un significato profetico che l’avvenire avrebbe in genere giustificato. Il suo era insomma un temperamento di una sensibilità eccessiva. Con la mente sempre agitata, Sonia aspirava incessantemente a degli obiettivi elevati ma mai io l’ho vista più scoraggiata di quando lo scopo era stato raggiunto, perché mai la realtà rispondeva a quanto si aspettava. Non si rendeva molto simpatica fintanto che era preoccupata da una certa idea, ma poi ci suscitava tenerezza quando appariva così triste in un momento di pieno successo. Questi sentimenti così volatili, e questo continuo passaggio dalla serenità alla tristezza, la rendevano avvincente e cara. Comunque, il nostro soggiorno a Berlino fu nell’insieme poco piacevole: eravamo male alloggiate, mal nutrite, prive d’aria e di distrazioni, sovraccariche di lavoro e io personalmente pensavo a Heidelberg come a un paradiso perduto. Anche Sonia, dopo aver ottenuto il dottorato nell’autunno del 1874, si trovò così esausta nel corpo e nella mente che dopo il rientro in Russia restò a lungo incapace di qualsiasi lavoro intellettuale».
La tristezza e il nervosismo, di cui parla l’amica, dipendevano per Sonia dall’eccessivo lavoro scientifico che le faceva smarrire la facoltà di godere la vita e i risultati ottenuti: i suoi pensieri divenivano i suoi tiranni, in luogo di restare dei servitori, e la gioia di produrre e di creare veniva meno. Sarà tutto l’opposto quando si occuperà di letteratura e riuscirà così a raggiungere una certa serenità e a sentirsi felice.
L’eccesso di lavoro non fu la sola cosa che rese poco piacevole il soggiorno berlinese. Vi contribuirono altre circostanze e in particolare gli strani rapporti con il marito e la falsità di una situazione che l’intervento dei genitori rese ancora più penosa. Vennero a vedere la figlia a diverse riprese, la condussero anche in Russia durante le vacanze e intuirono la verità. Avanzarono le loro perplessità ma non riuscirono a modificare l’atteggiamento di Sonia nei confronti di Voldemar. Lei comunque soffriva di questa solitudine, perché provava già quel bisogno appassionato di vivere che più tardi l’avrebbe divorata. Non era assolutamente pedante o noiosa, come lascerebbe supporre il suo genere di vita: era una donna timida, assolutamente sprovvista di senso pratico, che sentiva l’equivoco della situazione in cui si trovava e temeva di comprometterla ulteriormente con degli errori irrimediabili.
La mancanza di senso pratico complicò molto la vita materiale di Sonia e della sua amica. Entrambe avevano il dono di scegliere gli alloggi peggiori, di assumere i domestici più sospetti e di nutrirsi nella forma più malsana. Una volta caddero nella mani di una vera e propria banda di ladri, che le sfruttò sistematicamente. Malgrado la loro inesperienza, un giorno scoprirono che la serva le derubava e la rimproverarono, ma la donna divenne così insolente che bisognò metterla alla porta. La sera, Sonia e la sua amica non sapevano come preparare il letto per la notte quando sentirono bussare alla finestra – abitavano al piano rialzato – e scorsero dietro il vetro il viso di una donna sconosciuta che domandava il permesso di entrare al loro servizio. Era tale la loro ignoranza delle cose della vita che accettarono quella proposta, malgrado la donna facesse paura e non avesse nulla di attraente. Successivamente, la donna le terrorizzò e le derubò a tal punto che furono costrette a ricorrere alla polizia per liberarsene. Ci fu bisogno di questo episodio perché Sonia si accorgesse della situazione: la sua indifferenza per le cose della vita era estrema e non notava mai ad esempio se il cibo era cattivo, la camera mal tenuta e i vestiti logorati.

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Nel gennaio 1871 Sonia aveva dovuto interrompere i suoi studi, appena iniziati con Weierstrass, per intraprendere in compagnia del marito un viaggio avventuroso. Aniouta infatti si era stancata presto della vita monotona di Heidelberg e, senza chiedere l’autorizzazione dei genitori, si era recata a Parigi, dove contava di perfezionare le sue doti di scrittrice. Lei non trovava alcun piacere a vivere rinchiusa in una camera da studente come Sonia; voleva studiare la società, i teatri, i movimenti letterari, in una grande città e, una volta sfuggita alla tutela della famiglia, cercò di costruirsi liberamente una sua vita. Non osava tuttavia confessare che risiedeva da sola a Parigi e faceva arrivare le sue lettere alla famiglia tramite l’intermediazione di Sonia, che le faceva timbrare dalla città tedesca. Inizialmente, Aniouta non aveva intenzione di prolungare molto il suo soggiorno parigino, e si consolava al pensiero che presto avrebbe confessato tutto a suo padre a viva voce, ma le relazioni che aveva stretto a Parigi la coinvolsero pesantemente e la verità divenne ogni giorno più difficile da confessare. Aveva fatto in particolare la conoscenza di un giovane francese che era uno dei capi della Comune e durante tutta la durata dell’assedio si trovò rinchiusa con lui a Parigi.
Sonia, molto tormentata, comprendendo la responsabilità che pesava su di lei, subito dopo l’assedio decise di andare con il marito a Parigi per ritrovarvi la sorella. Quando molto tempo dopo mi raccontò del viaggio, aveva ancora difficoltà a spiegare come fossero riusciti ad arrivare nel cuore della città nonostante la presenza delle truppe tedesche: lungo la Senna, avevano trovato un battello abbandonato in prossimità della riva e se n’erano impadroniti ma, allontanatisi di qualche braccio dalla riva, una sentinella li aveva scorti e intimato loro l’altolà. Invece di rispondere, avevano remato con tutte le loro forze e, grazie a non so quale fortunata coincidenza, erano riusciti a scappare e a sbarcare sulla riva opposta da cui erano scivolati in città senza attirare altre attenzioni. Fu così che si trovarono a Parigi all’inizio della Comune.
Sonia aveva l’intenzione di descrivere questi ricordi in un romanzo dal titolo Le sorelle Kajevsky durante la Comune ma il progetto, come tanti altri, scese con lei nella tomba. Avrebbe voluto raccontare di una notte in ambulanza quando, assieme a sua sorella e ad alcune giovani conosciute un tempo a Pietroburgo e che aveva ritrovato lì, aveva prestato soccorso ai feriti. Mentre le bombe scoppiavano da ogni parte e nuovi feriti arrivavano senza interruzione, le due sorelle discutevano a bassa voce della loro vita passata così diversa da quella presente che sembrava appartenere a un sogno. Per Sonia non era forse veramente un sogno, una specie di fiaba, quella strana situazione in cui si trovava? Le singolari situazioni e le commoventi peripezie di cui era testimone producevano in lei, così giovane, l’effetto di un romanzo a tinte forti. Le bombe le cadevano attorno senza causarle alcuno spavento; al contrario, il suo cuore batteva di gioia all’idea di vivere pienamente il dramma della storia.
La sorella non poteva certo aiutarla a tirarsene fuori. Aniouta era coinvolta nelle agitazioni politiche e non domandava altro che rischiare la vita a fianco dell’uomo cui aveva legato il suo destino. I Kowalewski tornarono infine a Berlino, dove Sonia riprese il regolare corso degli studi ma, quando la Comune fu sconfitta, Aniouta scrisse alla sorella supplicandola di tornare e di intervenire presso il padre per ottenere il suo perdono e il suo aiuto, nella situazione disperata in cui si trovava: J.[1] era stato arrestato e condannato a morte!
Se non si è dimenticato il ritratto del generale Kroukovski, quale lo descrivono i Ricordi d’infanzia, si può immaginare il colpo terribile che deve avergli apportato la crudele verità. Sapersi ingannato dalle figlie e apprendere il modo in cui la maggiore aveva disposto del suo destino furono una tremenda ferita per il suo cuore e per i suoi princìpi. Lui che quando aveva scoperto che Aniouta vendeva segretamente i suoi romanzi, le aveva pronosticato: «Oggi tu vendi la penna, vedo già il giorno in cui venderai te stessa». Tuttavia, ora che lei gli provocava una pena molto più grande, stranamente si rassegnò alla situazione con una certa dolcezza. Partì subito per Parigi con la moglie, accompagnato anche da Sonia e dal marito. Si mostrò insomma pieno di buona volontà e di indulgenza e le figlie gli risponderanno con una riconoscenza profonda perché si attendevano un trattamento ben più severo, che d’altra parte sentivano meritato. Il loro attaccamento per il padre aumentò considerevolmente e divenne più tenero.
Sul soggiorno parigino ho potuto raccogliere solo alcuni aneddoti. Il generale si rivolse a Thiers, che già conosceva, per ottenere la libertà del futuro genero. Thiers affermò di non poter porre rimedio alla situazione ma nel corso della conversazione, quasi per caso, raccontò che i prigionieri (tra i quali si trovava J.) sarebbero stati trasferiti l’indomani in un altro luogo di detenzione e che sarebbero passati davanti al Palazzo dell’Industria, attorno al quale si formavano frequenti assembramenti. Aniouta si mescolò alla folla e al momento del passaggio dei prigionieri scivolò tra i soldati di scorta, si impadronì del braccio di J. e lo trascinò in un locale annesso dell’Esposizione da cui poi uscirono attraverso un’altra porta per arrivare senza intoppi alla stazione. L’avventura sembra quasi inverosimile ma la racconto così come è rimasta nella mia memoria e in quella di alcuni amici di Sonia.
Come si rimpiange la scarsa importanza attribuita a parole che invece si sarebbero dovute incidere ben bene nella propria memoria! Da parte mia, il rimprovero è ancora maggiore dato che Sonia mi diceva spesso: «Tu scriverai la mia biografia quando sarò morta». Ma chi pensa al giorno della separazione, durante una conversazione intima? Sembra che subito, a partire dal giorno dopo, sarà possibile provvedere a colmare le lacune di certi colloqui animati che passano rapidamente da un argomento all’altro.
Sonia ricevette nel 1874 il titolo di dottore di Gottinga, in seguito a due dissertazioni scritte sotto la guida di Weierstrass; quella «sulla teoria delle equazioni differenziali», che le servì come tesi, può figurare tra i suoi lavori più importanti. Il lavoro le fece anche ottenere la dispensa dall’esame orale. Nella lettera indirizzata al Preside della Facoltà di Gottinga, lei stessa spiega i particolari motivi che le facevano chiedere una dispensa che veniva accordata molto raramente: «Vostro Onore vorrà permettermi di aggiungere alcune parole alla mia domanda di richiesta del titolo di dottore. Mi sono decisa a fatica a uscire dall’abituale riserbo e a superare le mie esitazioni per soddisfare persone che mi stanno a cuore e provare loro che i miei studi di Matematica non sono rimasti privi di risultati. D’altra parte mi si è assicurato che, come straniera, potevo essere laureata “in absentia” se il mio lavoro fosse sembrato sufficiente e avessi presentato dichiarazioni di persone competenti. Vostro Onore non si ingannerà, spero, sulla franchezza della mia confessione se mi crede quando ammetto di non avere la sicurezza necessaria per l’esame “rigorosum”. Temo che l’obbligo di rispondere a persone straniere, quale che sia la benevolenza dei signori esaminatori, mi confonda del tutto. A questo timore si aggiunge la conoscenza incompleta della lingua tedesca; benché sia abituata a servirmene in Matematica e quando ho il tempo di riflettere, non la parlo correntemente. Ho cominciato a studiarla cinque anni fa ma, durante i quattro anni trascorsi a Berlino, ho parlato in tedesco solo durante le ore che mi ha dedicato il mio venerato Maestro. Oso sperare che Vostro Onore vorrà tener conto di queste ragioni ed esentarmi dall’esame “rigorosum”». Il valore delle dissertazioni allegate alla domanda e le eccellenti presentazioni valsero a Sonia il favore molto raro di essere proclamata dottore senza presentarsi di persona. Poco dopo, tutta la famiglia Kroukovski si trovò riunita a Palibino, il vecchio nido di famiglia.

 

 

[1] Si tratta di Victor Jaclard [1847-1900], un giovane marxista in esilio volontario durante il secondo Impero. Rientrato a Parigi dopo la caduta del regime nel 1870, attivo comunardo, arrestato dopo la “settimana di sangue”, era stato condannato alla deportazione. Evaso, passò in Svizzera utilizzando il passaporto di V. Kowalewski; sposò poi Anna Kowalewskaja, alla quale sopravviverà, sempre coinvolto in Polonia e in Russia – da cui sarà espulso – in numerosi movimenti rivoluzionari [NdT].

 

da Prisma n.10 | Agosto 2019

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