Albert Einstein e l’estate del ‘39

di Jacopo De Tullio

Nel luglio del 1939, esattamente ottanta anni fa, Albert Einstein si trovava a Peconic, un piccolo villaggio di Long Island, per trascorrere le vacanze. Il fisico tedesco, ormai sessantenne, risiedeva dal 1933 negli Usa e insegnava a Princeton dove era impegnato nella ricerca della cosiddetta “teoria unificata di campo”, che avrebbe dovuto unificare le leggi della gravità e dell’elettromagnetismo e fornire una descrizione unitaria dei fenomeni naturali. Non si occupava di fisica nucleare ma, prima che quell’estate fosse finita, Einstein avrebbe firmato una lettera al presidente Franklin Delano Roosevelt per avvertirlo che gli Stati Uniti non potevano permettersi di aspettare che la Germania nazista fabbricasse un’arma nucleare di distruzione di massa.

Effettivamente, qualche mese prima, il 17 dicembre 1938, a Berlino i chimici Otto Hahn e Fritz Strassman avevano ottenuto la fissione nucleare dell’uranio e nei primi giorni di gennaio del ‘39 Lise Meitner e Otto Frisch ne avevano dato l’interpretazione fisica. In quei giorni concitati, sempre Frisch metteva al corrente il fisico danese Niels Bohr, in partenza per gli Stati Uniti, sulle conclusioni a cui si era arrivati circa la scissione nucleare. Tra il 26 e il 28 gennaio, nel corso del V Convegno di fisica teorica a Washington, Bohr diffondeva la notizia della fissione. A Washington c’era anche Enrico Fermi, considerato il più grande esperto della fisica del nucleo. Fermi ipotizzò che questo processo avrebbe dato luogo a una reazione nucleare a catena di inaudita potenza.

Tra i più preoccupati c’erano Leo Szilard, ebreo ungherese rifugiatosi negli Usa e l’altro fisico ungherese Eugene Wigner. Sono proprio loro che a metà luglio si recano a Peconic da Einstein: chi se non il fisico più importante del mondo, campione del pacifismo già ai tempi della prima guerra mondiale, sarebbe riuscito a porre la questione alle più alte sfere della politica mondiale? Einstein accetta di sottoscrivere un documento pubblico per sollecitare la realizzazione di un ordigno nucleare prima che questo sia costruito da Hitler. Una lettera? Ma a chi inviare questa missiva? Su suggerimento dell’economista e consulente della Casa Bianca Alexander Sachs, Einstein e i due colleghi decidono di scrivere una lettera addirittura al presidente Roosevelt per informarlo della possibile applicazione bellica della fissione nucleare, delle competenze tedesche in questo campo e, nel contempo, per attivare una immediata mobilitazione.

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Il 2 agosto, Albert Einstein firma la lettera che dà il via alla creazione della bomba nucleare e può essere pensata come il prologo dell’era atomica. La conclude suggerendo l’opportunità che si stabilisca “un contatto continuo fra il governo americano e il gruppo di fisici che lavorano in America sulla reazione a catena” allo scopo di passare su un vero e proprio terreno operativo se la situazione degenerasse ulteriormente.

La paura per la minaccia nazista aveva dunque trasformato la visione politica di Einstein. Come egli stesso scriverà nel 1952: “La mia parte nella realizzazione della bomba atomica è consistita in un unico atto: firmai una lettera per il presidente Roosevelt […]. Ero pienamente consapevole dei danni terribili che sarebbero stati arrecati all’umanità in caso di successo. Ma la possibilità che i tedeschi stessero lavorando al medesimo problema con qualche probabilità di successo mi obbligò a compiere questo passo. Non potevo fare altro, sebbene fossi un convinto pacifista”.

La lettera arrivò nelle mani di Roosevelt l’11 ottobre, un mese dopo che Hitler aveva invaso la Polonia. Due giorni dopo il presidente istituiva il Comitato consultivo sull’uranio, del quale facevano parte, tra gli altri, Fermi e Szilard.

Roosevelt propone ad Einstein di entrare a far parte del comitato, ma il fisico rifiuta con una un’altra lettera, questa volta datata 25 aprile 1940. La missiva segna la fine di ogni suo rapporto con le attività che portarono alla bomba americana, attività delle quali rimarrà sempre all’oscuro.

da Prisma n.9 | Luglio 2019

Albert Einstein

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