Copiamoli a casa loro

Vincenzo Mulè – Direttore responsabileIl nostro Paese sembra mettere più impegno nel reprimere e distruggere piuttosto che nel progettare. L’unica preoccupazione è tirare avanti, assuefacendoci alla mediocrità. Per uscire da questo scenario, la scuola è una delle opzioni più serie. Ma anche qui le cose non sembrano andare bene.

Qualche settimana fa, il professore Carlo Giovannella dell’Università Tor Vergata di Roma scriveva: “La scuola, ma prima di tutto – a monte – la politica, devono ricominciare a sostenere la cultura del progetto, abbattuta dallo “sdoganamento” del copia e incolla, divenuto ormai vero e proprio stile di vita, che pervade non solo i lavori degli studenti, ma anche la progettazione didattica”. Perché, chiedeva provocatoriamente Giovannella, i giovani dovrebbero “impegnare il proprio tempo per progettare e costruire un futuro che implica sacrifici, quando è possibile vivere uno dei presenti proposti dall’attuale società, preconfezionati e riproducibili che, in apparenza, sembrano in grado di generare risultati immediati?”

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Il presente lo raccontano gli indicatori elaborati dall’Istat in relazione al quarto degli obiettivi di sviluppo sostenibile, quello sull’educazione. In Italia, la quota di ragazzi iscritti al terzo anno delle scuole secondarie di primo grado che non raggiunge la sufficienza (low performer) nelle competenze alfabetiche è il 34,4%, in matematica del 40,1%.

Tra gli studenti delle seconde classi delle scuole superiori di secondo grado, il 33,5% non raggiunge un livello sufficiente nelle competenze alfabetiche e il 41,6% in quelle numeriche. Non solo, ma già nel 2013, quindi sei anni fa, l’Ocse aveva certificato che solo il 30% circa degli italiani tra i 16 e i 65 anni raggiungeva un livello accettabile nella capacità di comprendere un testo, mentre un altro 30% non era in grado di sintetizzare un’informazione scritta. Capite come sia vitale un diverso approccio all’istruzione.

Quando ci è stato proposto di andare in Uganda al seguito di una onlus che lavora su progetti didattici, non abbiamo esitato un attimo. Certo, non tutto è rose e fiori, ma l’aspetto che emerge con maggiore forza dal bel reportage di Anna Asti è la serietà degli studenti. Ragazzi come i nostri, inutile anche ribadirlo, che prendono di petto la vita con la certezza che la riuscita nella carriera scolastica possa essere un buon viatico. Le lezioni in Uganda iniziano alle 6.30 del mattino, molti dei ragazzi arrivano a piedi a scuola dopo avere camminato per chilometri. I quaderni sono un bene prezioso e, quando finiscono, si riparte dalle pagine già scritte, alla ricerca di spazi vuoti che possano essere riutilizzati. In una parola, fanno di tutto per riuscire. Senza tanti fronzoli. Se proprio non possiamo fare a meno di copiare e incollare, almeno scegliamo bene la fonte.

Vincenzo Mulè – Direttore responsabile

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