Razza, un concetto sconfitto dalla genetica

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Un appello per eliminare il termine “razza” dalla Costituzione e dagli atti ufficiali del nostro Paese e sostituirlo con un’espressione scientificamente corretta.

Il concetto di razza è stato introdotto nella tassonomia, cioè nella disciplina biologica che definisce i rapporti di parentela tra gli organismi viventi, nel 1749 da Georges Buffon. Poi, Johann Friedrich Blumenbach (il fondatore dell’antropologia) lo ha eletto a paradigma centrale della materia scegliendo il titolo De generis humani varietate nativa per il suo libro del 1795, in cui ha proposto una classificazione dell’umanità in cinque razze: caucasica, americana, malese, mongola e africana.

Già prima di Blumenbach, però, la pratica razziologica era stata seguita da François Bernier e Linneo. Il primo ci aveva suddiviso nel 1684 in quattro razze: nativi americani, nordafricani, sudasiatici ed europei; il secondo, nel 1735, ancora in quattro gruppi che richiamavano la divisione precedente: europei, americani, asiatici e africani. Da allora, gli antropologi hanno proposto diverse decine di classificazioni razziali, da due e fino a cinquantatré razze, e in ognuna di esse massima importanza era assegnata al colore della pelle.

Un tale modo di procedere risultava però poco coerente con le regole che governano la scienza sperimentale moderna, secondo le quali le ipotesi alternative di spiegazione di un fenomeno devono trovare nella sperimentazione la soluzione condivisa dalla comunità degli scienziati. Ciò infatti non era possibile nella pratica razziologica, perché gli unici caratteri che gli antropologi potevano analizzare erano quelli morfologici (il colore della pelle, la forma del naso e della testa e altri ancora), la cui modalità di descrizione risentiva fortemente dell’apparato tecnico utilizzato e della soggettività dell’operatore al momento della rilevazione delle misure.  Questi problemi avevano suscitato parecchi dubbi negli antropologi che, per cercare di risolverli, già nell’Ottocento avevano fatto ricorso alla matematica, trasformando le dimensioni metriche in indici capaci di definire la forma dei tratti del corpo.

L’esempio più noto riguarda il profilo della testa visto in proiezione dall’alto, detto anche indice cefalico. In esso, la larghezza e la lunghezza della scatola cranica definiscono una frazione rapportata poi a cento e la stringa dei valori possibili è arbitrariamente suddivisa in tre segmenti che individuano una testa tondeggiante o brachicefala, allungata o dolicocefala e intermedia o mesocefala. Lo stesso metodo è stato applicato ad altri caratteri morfologici, tra cui la forma del naso: camerrino, basso e largo, leptorrino, alto e stretto, e mesorrino intermedio.

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L’umanità divisa in blocchi

Il carattere morfologico che più ha segnato la razziologia è stato comunque il colore della pelle, con un valore diagnostico mutato profondamente in conseguenza dello sviluppo tecnico. Una serie di tesserine in porcellana, con tutti i colori tra il bianco e il nero, è stata a lungo lo strumento per studiare la distribuzione del colorito cutaneo nelle popolazioni. Poiché questa tecnologia prevedeva uno spazio vuoto tra una tesserina e l’altra, era possibile suddividere gli individui in raggruppamenti discreti. Il passaggio alla tecnologia spettrofotometrica ha fornito invece una lettura completamente diversa della distribuzione del tratto nella nostra specie: la coda degli individui più chiari di un gruppo scuro si sovrappone a quella dei più scuri di un gruppo chiaro. Non c’è quindi soluzione di continuità nel colore della pelle degli uomini.

Un altro problema grava sulla morfologia e la rende inidonea a definire i rapporti di parentela. Quei tratti infatti sono influenzati dall’ambiente in cui vivono le popolazioni e come tali definiscono la relazione ecologica che le lega e non già la relazione antenato-discendente. L’ecologia svolge un ruolo assai importante in biologia ma diverso dalla tassonomia. Poiché la razza è una categoria della classificazione tassonomica, essa dovrebbe permettere di costruire suddivisioni corrispondenti ai legami genetici. Nell’antropologia classica, invece, la razza ha stimato le somiglianze e le differenze determinate dall’ambiente e così ha fallito il suo scopo scientifico.

Le classificazioni antropologiche hanno tradizionalmente diviso l’umanità in due grandi blocchi principali. Il primo comprende le diverse razze degli africani e degli australiani: la pelle scura è vantaggiosa per la protezione che offre negli habitat a intenso irraggiamento solare; il secondo comprende le razze degli europei e degli asiatici: il colorito chiaro è vantaggioso perché alle alte latitudini, dove l’irraggiamento è scarso, avere lo schermo della pelle scura limiterebbe l’assorbimento dei raggi ultravioletti da parte del derma. La conseguenza di uno scarso assorbimento di raggi UV sarebbe una ridotta produzione di vitamina D (che avviene proprio nello strato profondo della pelle) con un grave danno alla struttura scheletrica.

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Le indicazioni della genetica

All’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, la biologia ha conosciuto lo sviluppo di una nuova disciplina: la genetica. Luigi Luca Cavalli Sforza e Anthony William Fairbank Edwards hanno utilizzato i caratteri genetici per stabilire la reale parentela esistente tra le popolazioni umane. Il loro studio ha evidenziato che, contrariamente a quanto stabilito su base morfologica, gli asiatici sono più imparentati con gli australiani e gli africani con gli europei. Ciò è dovuto al fatto che la nostra specie è nata in Africa circa 200.000 anni fa e da lì, poi, sono emigrati dei gruppi che si sono diretti in Oriente e in Australia (attorno a 70.000 anni fa); solo alcune decine di migliaia di anni dopo altri gruppi hanno lasciato l’Africa per occupare l’Europa (circa 45.000 anni fa). Per un tempo più lungo, quindi, africani ed europei sono stati una sola popolazione e di conseguenza sono geneticamente più simili. Ricerche appena effettuate su interi genomi di molte popolazioni hanno però mutato il quadro della nostra doppia uscita dal continente africano. Tra 80.000 e 50.000 anni fa una sola migrazione avrebbe portato fuori dall’Africa i nostri antenati, che poi si sarebbero dispersi in tutto il Vecchio Mondo lungo molteplici flussi migratori e incroci. Rispetto al precedente, questo modello è ancora più coerente con l’impossibilità per la nostra specie di essersi suddivisa in gruppi discreti.

Un’altra critica al concetto di razza umana è stata avanzata negli anni Settanta da Richard Lewontin, che ha dimostrato che circa il 90% della variazione genetica totale che caratterizza la nostra specie si riscontra all’interno di ogni popolazione e solo la rimanente quota permette di differenziare un gruppo dall’altro. Un tasso tanto basso di variabilità tra le popolazioni e la nostra nascita così recente non ci hanno permesso di differenziarci in razze.

Un appello contro il termine “razza”

Il concetto di razza nella nostra specie è stato dunque falsificato dall’antropologia molecolare e non rappresenta più il paradigma di riferimento della disciplina, come risulta dal fatto che l’ultima classificazione razziale è stata proposta nel 1962. La razza descriveva la variabilità ecologica e non il rapporto tassonomico tra le popolazioni, come avrebbe dovuto. “Negare l’esistenza delle razze non implica disconoscere la variabilità biologica tra gli individui e i gruppi umani, dato che senza di essa non ci sarebbe l’evoluzione”; significa solo che quel concetto è scientificamente inadeguato. Ed è per questo che il 14 ottobre 2014 abbiamo pubblicato su Scienzainrete un appello per eliminare il termine “razza” dalla Costituzione e dagli atti ufficiali del nostro Paese e per sostituirlo con un’espressione scientificamente corretta.