Da agosto 2026 circola in Italia una proposta che ha acceso il dibattito pubblico: candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace. L’idea, lanciata dal filosofo Eugenio Mazzarella e rilanciata dal quotidiano Avvenire, ha raccolto oltre 17.000 adesioni e il sostegno di figure come padre Ibrahim Faltas e istituzioni come la Regione Puglia. Ma per capire le probabilità reali di questa candidatura, occorre conoscere come funziona davvero il meccanismo del Nobel per la Pace, un processo molto più rigido e formale di quanto si pensi.
Il Nobel per la Pace non può essere proposto con una petizione online, per quanto partecipata. Il testamento di Alfred Nobel e lo statuto della Fondazione riservano il diritto di nomina a categorie molto precise: membri di parlamenti e governi nazionali, capi di Stato, membri della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Permanente di Arbitrato, professori universitari di diritto, scienze politiche, storia, filosofia o teologia, membri di istituti come l’International Peace Bureau, e gli stessi ex vincitori del Premio. Un cittadino, un’associazione o una testata giornalistica, per quanto autorevoli, non possono presentare la candidatura in prima persona: devono convincere qualcuno che rientri in queste categorie a farlo per loro.
Il termine per l’invio delle nomination è fissato al 31 gennaio di ogni anno. Il Comitato Norvegese del Nobel, composto da cinque membri nominati dal Parlamento norvegese, può aggiungere altri nomi soltanto nella sua prima riunione stagionale, che nel 2026 si è tenuta il 26 febbraio. Dopo quella data, la lista dei candidati per l’anno in corso è definitivamente chiusa. Per il 2026 il Comitato ha reso noto di aver ricevuto 287 candidature (208 persone e 79 organizzazioni), un numero comunque elevato anche se inferiore ai 338 dell’anno precedente. I nomi restano segreti per 50 anni: quanto emerge nei mesi successivi sono solo dichiarazioni di chi ha proposto una candidatura, mai conferme ufficiali del Comitato.
Da qui in avanti il processo si svolge internamente, tra febbraio e settembre, con consultazioni ed elaborazione di una rosa ristretta. L’annuncio del vincitore avviene all’inizio di ottobre (per il 2026 la data fissata è il 9 ottobre) mentre la cerimonia di consegna si tiene come da tradizione il 10 dicembre a Oslo, anniversario della morte di Alfred Nobel.
È già qui che la candidatura dei bambini di Gaza incontra il primo, insormontabile problema per il 2026: la proposta di Mazzarella è stata rilanciata da Avvenire ad agosto 2026, mesi dopo la chiusura delle nomination (31 gennaio) e persino dopo l’ultima possibilità di integrazione della lista (26 febbraio). Anche se domani un parlamentare o un professore di diritto internazionale decidesse di formalizzare questa candidatura, non potrebbe farlo per l’edizione 2026. Nella migliore delle ipotesi, una nomina formalizzata oggi potrebbe essere presa in considerazione solo per il Nobel 2027, sempre che qualcuno con diritto di proposta la presenti entro il 31 gennaio di quell’anno.
Anche superato il problema dei tempi, resta una difficoltà strutturale più profonda. Il Nobel per la Pace, per statuto, va assegnato a una persona fisica o a un’organizzazione riconoscibile e “in carne e ossa”, capace di ricevere il premio e l’assegno che lo accompagna. “I bambini di Gaza” non sono un soggetto giuridico, un’organizzazione né un individuo identificabile: sono una categoria di vittime, per quanto la loro sofferenza sia autentica e documentata. È l’obiezione sollevata anche da alcuni commentatori italiani, che hanno fatto notare come, se le vittime innocenti delle guerre fossero di per sé titolo sufficiente per il Nobel, il premio sarebbe stato assegnato a categorie simili fin dalla sua prima edizione, nel 1901: di guerre e di bambini uccisi, purtroppo, la storia ne ha sempre avute.
Nessuno di questi ostacoli toglie significato alla mobilitazione: la campagna ha comunque acceso un dibattito pubblico su un tema reale, la sorte dei minori nei conflitti, da Gaza all’Ucraina, dall’Iran al Sudan, e ha spinto istituzioni come la Regione Puglia a prendere posizione. Ma sul piano tecnico, la strada per un Nobel effettivo nel 2026 è già chiusa: per avere un peso concreto, la proposta dovrebbe essere ripresentata in forma diversa, da un soggetto con diritto di nomina, e rispettare i tempi previsti per le edizioni future.
3 risposte
Nominiamo una persona che rappresenti le vittime di Gaza.
Tutto si può fare quando c’è la volontà.
Si deve assolutamente trovare un modo, questi bambini uccisi da soldati senza scupoli non possono essere dimenticati.
Non è così semplice. Anche nominando una persona che rappresenti le vittime di Gaza l’associazione deve comunque avere una storia di serietà e di lavoro alle sue spalle che oggi non ha. Esempi sono l’ICAN e l’IAEA, associazioni che hanno ricevuto il premio Nobel per la pace, ma che esistono da decenni. Inoltre nominare una persona… chi? Già su questo punto sorgerebbero scogli insormontabili. Inoltre una persona che rappresenti solo le vittime di Gaza o tutte le vittime innocenti dei conflitti a cui poi la stessa idea si è allargata? Infine, come già scritto nell’articolo, la tempistica proibisce a I bambini di Gaza di essere solo candidati al Nobel.
Io non so come fare, non è il mio campo. So solo che qualcosa bisogna fare e non posso pensare che non si può.
Tu hai ragione Tutti i bambini uccisi nei conflitti dovrebbero essere ” ricordati”
Iniziamo da loro è la prima volta che qualcuno si pone questo obiettivo.
Dico una eresia associamoli a MSF