Se i numeri fossero una lingua, direbbero una cosa molto semplice: la matematica non vive chiusa nelle aule universitarie, ma tiene accesa giorno per giorno una parte decisiva del Paese. È nei bonifici che viaggiano sicuri, negli algoritmi che alimentano l’intelligenza artificiale, nei modelli che aiutano a prevedere epidemie, traffico, consumi, rischi ambientali. È, soprattutto, dentro molti ingranaggi dell’economia. Se ne è parlato il 26 maggio scorso, nell’Aula Marconi del Consiglio Nazionale delle Ricerche a Roma, durante la presentazione del rapporto L’impatto economico della ricerca matematica in Italia, promosso dall’Istituto per le Applicazioni del Calcolo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Iac-Cnr) e dall’Unione Matematica Italiana (Umi), e realizzato da Deloitte Economics.
Lo studio prova a misurare ciò che spesso resta sottostimato: il contributo della ricerca matematica all’economia del Paese. Secondo le stime contenute nel rapporto, nel 2025 la ricerca matematica e le professioni che ne utilizzano strumenti e applicazioni avrebbero generato 680,1 miliardi di euro di valore aggiunto, circa il 34% del totale nazionale, sostenendo 8,4 milioni di posti di lavoro, pari a circa il 35% dell’occupazione italiana. Una dimensione che, sempre secondo l’analisi Deloitte, risulta paragonabile al contributo economico degli interi settori industriale e manifatturiero. Il contributo stimato al gettito fiscale arriverebbe invece a 296,2 miliardi di euro.
Il rapporto combina analisi quantitative e qualitative, validazione scientifica e modello Input-Output di Leontief, distinguendo tra effetti diretti, indiretti e indotti. L’impatto diretto viene stimato in 308,5 miliardi e riguarda 2,7 milioni di occupati; a questi si aggiungerebbero 221,3 miliardi di effetti indiretti e 150,3 miliardi di effetti indotti. In altri termini, secondo il modello utilizzato, per ogni euro di impatto diretto la matematica ne attiverebbe altri 1,2 lungo le filiere e nei consumi.
«Abbiamo voluto dare un’evidenza scientifica a quello che già sapevamo sulle persone con una formazione matematica universitaria», ha spiegato Roberto Natalini, direttore dello Iac-Cnr. «La loro capacità di modellizzare fenomeni complessi e governare oggi gli algoritmi dell’intelligenza artificiale non è più confinata alla ricerca, ma è diventata motore di produttività in settori chiave come finanza, energia e manifattura avanzata».
Nella lettura proposta dal report, la matematica agisce come una tecnologia abilitante trasversale: interpreta i dati, supporta decisioni pubbliche e industriali, aiuta a gestire l’incertezza, ottimizza processi e alimenta l’innovazione, a partire dall’IA.
Tra i settori in cui l’intensità d’uso risulta più alta figurano studi di architettura e ingegneria, programmazione e consulenza informatica, ricerca scientifica e sviluppo. Ma gli effetti stimati si allargano anche a costruzioni, finanza, sanità, logistica, energia, industria e servizi.
Il quadro, tuttavia, non è privo di criticità. Il rapporto sottolinea che l’Italia presenta una produzione matematica di qualità e una comunità scientifica competitiva, ma continua a investire meno dei principali Paesi europei in ricerca e sviluppo. Restano aperti anche il nodo del trasferimento tecnologico verso le imprese, la capacità di trattenere giovani ricercatori e il contrasto ai divari di genere nelle discipline Stem.
«La matematica è molto più presente nelle tecnologie di quanto spesso immaginiamo», ha sottolineato Marco Andreatta, presidente Umi. «L’Italia ha una struttura produttiva molto adatta alle sue applicazioni: manifattura avanzata, meccanica di precisione, biomedicale, automazione, filiere specializzate. Tuttavia, senza investimenti in ricerca matematica e interventi sul capitale umano, il rischio è che la velocità del progresso tecnologico superi la capacità dei lavoratori di adattarsi».
La conclusione emersa dalla presentazione è una rotta più che una formula: per rafforzare la capacità dell’Italia di leggere la complessità, innovare e restare competitiva, occorre investire in matematica. Un’infrastruttura silenziosa, forse meno visibile di altre, ma sempre più difficile da considerare marginale.
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